Il seguente testo è stato redatto per il settimanale ambientale de "il manifesto", l'ExtraTerrestre, con cui greenreport ha attiva una collaborazione editoriale

Come funziona l’Ilva di Taranto, e i suoi impatti

Occorre conciliare la produzione di merci utili e necessarie, la salute dei lavoratori e dei cittadini e l‘ambiente naturale

[26 luglio 2018]

Ilva, il fatidico nome dell’isola d’Elba dove gli Etruschi fabbricavano ferro 2500 anni fa, è la grande acciaieria di Taranto al centro di annose polemiche. Costruita nei primi anni sessanta del secolo scorso dallo Stato nel programma di industrializzazione del Mezzogiorno, è poi stata ampliata, ha cambiato di proprietà e da anni è in crisi perché produce acciaio ad un costo maggiore del prezzo che ricava dalla vendita e perché è fonte di inquinamenti che sollevano le proteste della popolazione della città, proprio a ridosso della fabbrica. L’acciaio si produce da tre materie prime principali; il minerale di ferro e il carbone, che sono importati e arrivano a Taranto su grandi navi, e il calcare ricavato da cave locali. Minerale e carbone vengono depositati in grandi parchi all’aria aperta da cui il vento solleva polveri che ricadono sulla vicina città di Taranto.

La prima fase consiste nel trattare ad alta temperatura il carbone fossile, fragile, in carbone coke più resistente; la cokeria è una delle fasi più inquinanti perché nel processo si formano molti sottoprodotti gassosi, liquidi e solidi, contenenti sostanze tossiche e cancerogene che finiscono in parte nell’aria e su Taranto.

Il carbone coke viene miscelato con il minerale di ferro e con calcare in un impianto di agglomerazione che prepara la miscela da caricare nei successivi impianti, gli altiforni. Durante l’agglomerazione si formano altre sostanze inquinanti fra cui “diossine”, tristemente note.

Negli altiforni un flusso di aria calda attraversa l’agglomerato; il carbone porta via l’ossigeno dal minerale e lo trasforma in ghisa, una lega di ferro contenente circa il 5 % di carbonio; anche qui si formano fumi e polveri inquinanti e una scoria solida.

La ghisa fusa che esce dall’altoforno è portata nei convertitori dove un flusso di ossigeno puro la trasforma in acciaio, ossidando una parte del carbonio, con residuo di una scoria solida.

Nel complesso l’inquinamento dell’aria, delle acque, del suolo nella zona di Taranto è insostenibile.

Da anni si sentono le proposte più varie, da quella di bonificare e ambientalizzare la fabbrica attuale, coprendo i pachi minerali e carbone, a quella di cambiare il ciclo produttivo usando metano al posto del carbone, a quella di usare come materia prima rottami da rifondere in forni elettrici, come avviene in molte altre acciaierie italiane, a quella di chiudere tutto e trasformare l’Ilva in un grande parco dopo averne bonificato i suoli.

L’Ilva produce da 6 a 10 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, una parte rilevante dei 25 milioni di tonnellate all’anno della produzione italiana anche se una frazione dei 1400 milioni di tonnellate prodotti ogni anno nel mondo.

L’acciaio è importante per la costruzione di macchine che producono altre merci, di autoveicoli, di edifici, di imballaggi; l’acciaieria assicura un lavoro e un salario a migliaia di lavoratori della fabbrica e delle attività portuali, la salute delle persone e della natura è un bene primario non negoziabile. Che fare? Un tragico dilemma che ci accompagnerà sempre ogni volta che si deve conciliare la produzione di merci utili e necessarie, la salute dei lavoratori e dei cittadini e l‘ambiente naturale.