Energia, il Cigno verde conta 850mila impianti Fer distribuiti lungo lo Stivale

I Comuni rinnovabili in Italia sono cresciuti più del 2.200% in dieci anni (FOTOGALLERY)

Cronaca di una vittoria possibile. Legambiente: l’innovazione nei territori per un futuro pulito

[11 maggio 2016]

comuni rinnovabili 2016

«Dobbiamo avere consapevolezza che un mondo che va avanti solo a rinnovabili per il momento è solo un sogno. Il petrolio e gas naturale serviranno ancora a lungo». Commentando gli scandali petroliferi che hanno finito per travolgere anche il ministero dello Sviluppo economico nello scorso marzo, il premier Matteo Renzi apostrofava così quanti chiedevano – e chiedono – di puntare con decisione su un nuovo e più sostenibile modello di sviluppo. I dati messi in fila oggi da Legambiente per il nuovo rapporto Comuni rinnovabili 2016, realizzato con il contributo di Enel green power e appena presentato a Roma, raccontano invece la vittoria possibile di un Paese più pulito. Quella delle rinnovabili italiane negli ultimi dieci anni è stata una cavalcata trionfante, che si è però inceppata e chiede di essere rimessa in moto.

Dall’anno 2005 al 2015 il numero di comuni in cui è installato almeno un impianto da fonti rinnovabili è passato da 356 a 8047, una progressione incredibile pari a una crescita che supera il 2.200%. Il risultato è che oggi in tutti i comuni d’Italia è presente almeno un impianto Fer; in 39 municipi il mix di impianti diversi permette già di raggiungere il 100% di energia da fonte rinnovabile, sia per gli usi termici che per quelli elettrici. In totale, nell’arco di questi dieci anni la produzione pulita è aumentata di 57,1 TWh, e nel 2015 attraverso le rinnovabili si è garantito il 35,5% dei consumi elettrici (in Norvegia e  Costa Rica sono già al 90%) e il 17% di quelli complessivi: nel 2005 eravamo rispettivamente al 15% e al 5,3%).

L’Italia – sottolineano da Legambiente – è uno dei paesi che può trarre il massimo beneficio dallo sviluppo delle rinnovabili, riducendo le importazioni di fonti fossili dall’estero. In questi dieci anni, complice la crisi economica ancora in corso, la produzione da impianti termoelettrici è già diminuita del 30% (e le emissioni di gas serra diminuite del 19,8% rispetto al 1990). Nonostante la vulgata guardi solo ai costi in bolletta imputabili agli incentivi per le fonti pulite, il costo dell’energia nel mercato elettrico si è ridotto anche nel 2015 grazie anche alla produzione da rinnovabili, in particolare all’ora di picco della domanda: uno studio realizzato da Assorinnovabili citato da Legambiente sottolinea come grazie all’effetto di eolico e fotovoltaico sulla Borsa elettrica e, dunque, sulla formazione del PUN, in 3 anni si è potuto risparmiare 7,3 miliardi di euro. Il tutto condito – in anni di recessione – da nuova occupazione: sono 82mila, secondo Eurobserver, gli i posti di lavoro creati nelle fonti rinnovabili in questi anni.

«È il momento di aprire una nuova fase di sviluppo delle fonti rinnovabili nel nostro Paese – commenta il vicepresidente di Legambiente, Edoardo Zanchini –, e oggi è davvero possibile grazie alla riduzione del costo degli impianti e alle innovazioni nella gestione delle reti e dei sistemi di accumulo. Al neo Ministro Calenda proponiamo di guardare a queste esperienze per raggiungere l’obiettivo del 50% da rinnovabili annunciato dal premier Renzi entro la legislatura».

Si tratta di compiere un’inversione di rotta per il bene dell’ambiente e dell’economia. A causa di un mal governato taglio degli incentivi e per la prolungata fase di incertezza normativa, negli ultimi anni l’Italia ha perso posizioni importanti in fatto di rinnovabili. I posti di lavoro nel settore come detto sono oggi 82mila, ma erano 125.400 nel 2011. L’Italia è ancora il primo Paese al mondo per incidenza del solare rispetto ai consumi elettrici, ma nel fotovoltaico i 305MW installati nel 2015 in Italia sono meno di un quinto delle installazioni realizzate in Germania e un decimo di quelle inglesi. Guardando alle rinnovabili generalmente intese, negli ultimi anni gli investimenti si sono ridotti e lo scorso anno si è riscontrato il primo calo nella produzione dopo 10 anni: l’Italia avrebbe oggi tutte le potenzialità per farli ripartire.

Da Legambiente sottolineano in primis la necessità di liberare l’autoproduzione da fonti rinnovabili oggi penalizzata – in particolare dopo la riforma delle tariffe elettriche -, all’interno di un modello di sviluppo che si sta evolvendo in modo sempre più distribuito (a partire dal solare, con i 40.660 impianti di fotovoltaico installati nel 2015 in larga parte di piccola taglia: 7kW di media); l’importanza di regole semplici e trasparenti per i progetti d’investimento, oggi zavorrati dall’incertezza delle procedure; la possibilità di mettere in rete il biometano e investimenti adeguati nella rete di distribuzione elettrica, in modo da adattarla a uno scenario di generazione distribuita e di accumulo. Quanto agli incentivi, gli ambientalisti chiedono modifiche normative – come la possibilità di realizzare contratti a lungo termine sul mercato elettrico anche per le rinnovabili – più che ulteriori fondi. Da Legambiente sottolineano come le diverse tecnologie rinnovabili, sia termiche che elettriche, siano oggi in una fase di maturità tecnologica tale per cui il loro sviluppo può essere accompagnato con politiche nuove: basterebbe eliminare tutti i sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili (14,7 miliardi di euro l’anno) e rivedere la tassazione energetica sulla base delle emissioni di CO2 per imprimere una formidabile spinta a rinnovabili e efficienza.

Al momento, si percorre invece la strada in senso inverso. Il decreto che individua gli incentivi alle fonti rinnovabili non fotovoltaiche è atteso ormai dal 2014 e valido fino a fine 2016; sarà approvato praticamente già scaduto, e la possibilità che al danno si sommi la beffa pare ad oggi altissima. Nell’ultima versione nota del testo erano presenti incentivi anche agli impianti di termovalorizzazione, mentre da sempre il Paese non dedica un centesimo a incentivare il riciclo. La green economy sarà davvero di casa in Italia quando, guardando ai “Comuni rinnovabili”, si conteranno non solo quelli che ospitano un impianto per la produzione di energia pulita, ma anche quelli dotati di impianti per la rinnovabilità della materia, che oggi scontano anzi il paradosso di essere spesso invisi alla cittadinanza.