Con la crisi in Toscana a sparire sono i lavori di routine. E non è una buona notizia

[4 febbraio 2014]

Ogni giorno lo stesso tran-tran: quello della classe media è un successo basato sulla routine, con tutti i suoi rassicuranti beni e i suoi noiosi mali. La scalata delle segretarie e dei cassieri, dei meccanici e degli impiegati all’ufficio delle poste è stata inarrestabile negli scorsi decenni, ma è sempre più in affanno rincorsa da un mondo che cambia veloce, e da una crisi che ha già fatto saltare molte teste (leggi posti di lavoro).

Si tratta di una tendenza che è saltata all’occhio dei ricercatori (i particolare degli studiosi statunitensi) e ripresa sui nostri lidi da economisti come Gustavo Piga, e della quale su greenreport abbiamo già scritto sintetizzando il fenomeno in due sole parole: jobless recovery, ripresa senza occupazione. Anche una volta passata la buriana della crisi (e in Italia, come in Toscana, ci stiamo appena avviando a vederne la fine da lontano, sui fogli e numeri delle statistiche economiche) ci sono posti di lavoro che non si ricreano. E la discriminante non è il lavoro manuale o intellettuale, ma la routine o meno dell’impiego: «I lavori intellettuali non di routine tendono a richiedere alta abilità ed i lavori non di routine manuali bassa abilità. Le occupazioni di routine – ricorda Gustavo Piga – siano esse intellettuali o manuali, abilità media». È proprio questo il tipo d’occupazione che sembra andare sparendo, anche in Toscana, trascinando con sé nell’abisso la classe sociale di riferimento.

Sono i dati e i grafici diffusi dall’Irpet nel suo ultimo rapporto sullo stato del lavoro a suggerirlo. «Complessivamente quello che si osserva – si legge nel dossier – è una riduzione delle professioni intermedie (professioni esecutive d’ufficio e tecniche), a fronte di una crescita delle professioni non qualificate». Le professioni di alta dirigenza o elevata specializzazione sono invece anch’esse in crescita, se si include nel computo figure come quelle degli insegnanti e delle professioni mediche, al netto delle quali i saldi fra avviamenti e cessazioni restano comunque stabili, non decrescenti.

Perché la mortalità delle professioni è così selettiva, e in modo apparentemente altrettanto sorprendente? Perché la globalizzazione e l’innovazione – vedi la maggiore efficienza dovuto all’utilizzo delle macchine nella manifattura o nella produzione di servizi, come pure il diffondersi delle tecnologie Ict – permettono di fare a meno di un lavoratore che svolge compiti di routine. Ci penserà una macchina a fare il suo lavoro, o un dipendente dall’altra parte del mondo, dove costa meno.

Si tratta di una dinamica che in Toscana ha oggi come freno principalmente il settore pubblico. «La domanda di professionalità a più elevato contenuto di capitale umano – scrive infatti l’Irpet – proviene principalmente dal settore pubblico. Senza di esso prevale il maggiore dinamismo della domanda di professioni a cui non è associabile un elevato contenuto di specializzazione. In questa categoria possono essere fatti rientrare anche le professioni qualificate nei servizi, che nonostante la loro dizione includono figure (cuochi, addetti alle vendite, ecc..) di tipo intermedio».

Si tratta di un baluardo che potrà resistere negli anni? Ovviamente no. L’avanzare del tempo ci parla di un’avanzata dell’innovazione, nel bene e nel male, e quando un uomo combatte contro il tempo ne esce sempre perdente. Lo stesso vale, probabilmente, per la società nel suo complesso. Quella dell’Irpet appare dunque come una dimostrazione di quanto sia indispensabile non rinunciare proprio adesso agli investimenti nel settore pubblico, ma anche la pressante necessità di mettere in campo una nuova idea di futuro. Per sopravvivere alla polarizzazione delle ricchezze e a quella dei mestieri occorre un’adeguata formazione che porti ai cittadini le competenze per muoversi in un’economia più innovativa e più efficiente (e per questo speriamo anche più verde), ma questo da solo non basta. Il totem della crescita non può più sostituirsi alle necessità della redistribuzione, e la classe media farebbe bene a occuparsene politicamente, una buona volta. Prima che non ci sia più alcuna classe media di cui parlare.