Contro la disoccupazione che torna a crescere la risposta sono i green jobs

Al declino mostrato dai dati Istat si contrappone la speranza del rapporto GreenItaly: oggi in Italia ci sono quasi 3 milioni di lavori verdi, con un’occupazione più stabile e qualificata della media

[31 ottobre 2018]

Mentre le forze di opposizione faticano non poco a compattarsi ed elaborare un’alternativa al governo M5S-Lega, sono rimasti i numeri a mostrare chiaramente i limiti del modello di sviluppo proposto dalle politiche gialloverdi: le stime prodotte dall’Istat tra ieri e oggi certificano da una parte che «nel terzo trimestre del 2018 la dinamica dell’economia italiana è risultata stagnante, segnando una pausa nella tendenza espansiva in atto da oltre tre anni», e dall’altra il nuovo aumento delle persone in cerca di lavoro: «Il tasso di disoccupazione sale al 10,1% (+0,3% su base mensile), quello giovanile aumenta lievemente e si attesta al 31,6% (+0,2%)». Dati ai quali si aggiungono anche le considerazioni della Banca d’Italia, secondo la quale il rialzo dello spread «deprime il valore dei risparmi accumulati dalle famiglie e può determinare un peggioramento delle prospettive di crescita economica».

Da una timidissima e diseguale ripresa economica l’Italia è dunque tornata in stagnazione, con prospettive di (nuova) recessione. Possibile che non ci sia via d’uscita? In realtà l’alternativa è stata presentata ieri a Roma attraverso il rapporto GreenItaly 2018, il nono elaborato da Fondazione Symbola e Unioncamere per mettere a fuoco dimensioni e caratteristiche dell’economia verde nazionale.

«Oggi – spiega il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli – un quarto delle nostre imprese parla il linguaggio della green economy, che significa rispetto per l’ambiente, tutela del territorio e delle sue risorse. Un linguaggio strettamente connesso con l’innovazione in tutte le sue forme, inclusa l’adozione delle tecnologie di Impresa 4.0». Con risultati più che incoraggianti sotto il profilo economico come quello sociale e ambientale.

Secondo i dati raccolti nel nuovo rapporto GreenItaly sono oltre 345mila le imprese italiane dell’industria e dei servizi con dipendenti che hanno investito nel periodo 2014-2017 (o prevedono di farlo entro la fine del 2018) in prodotti e tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale, risparmiare energia e contenere le emissioni di CO2. In pratica un’azienda italiana su quattro, il 24,9% dell’intera imprenditoria extra-agricola, percentuale che nel manifatturiero arriva al 30,7%. «In Italia questo cammino verso il futuro incrocia strade – sottolinea il presidente di Symbola Ermete Realacci – che arrivano dal passato e che ci parlano di una spinta alla qualità, all’efficienza, all’innovazione, alla bellezza. Una sintonia tra identità e istanze del futuro che negli anni bui della crisi è diventata una reazione di sistema, una sorta di missione produttiva indicata dal basso, spesso senza incentivi pubblici, da una quota rilevante delle nostre imprese. Una scelta coraggiosa e vincente», anche in termini occupazionali.

Partendo da una analisi dei microdati Istat sulle forze di lavoro, il rapporto evidenzia come lo stock degli occupati corrispondenti ai green jobs in Italia sia arrivato a sfiorare i 3 milioni di unità (2.998,6 mila), corrispondenti al 13% dell’occupazione complessiva nazionale. L’occupazione verde nel 2017 è cresciuta rispetto al 2016 di quasi 27 mila unità, pari a un +0,9%, contribuendo così per il 10,1% all’aumento complessivo dell’occupazione del Paese nell’ultimo anno (che è stata di +265 mila unità). E nel anche nel 2018 il numero di contratti di attivazione prevista dalle imprese che riguardano i green jobs è pari a quasi 473.600 unità, corrispondenti alla domanda di posizioni professionali il cui lavoro è finalizzato in modo diretto alla produzione di beni e servizi green o a ridurre l’impatto ambientale dei cicli produttivi.

Si tratta di posti di lavoro qualitativamente (oltre che quantitativamente) interessanti, caratterizzandosi anzitutto per una maggiore stabilità contrattuale: le assunzioni a tempo indeterminato sono oltre il 46% nel caso dei green jobs, quando nel resto delle altre figure tale quota scende a poco più del 24%. Si cercano competenze trasversali (ad esempio per circa il 48% delle professioni “verdi” programmate in entrata è importante il possesso della capacità comunicativa scritta e orale), ed è più frequente l’immissione di nuove competenze e profili professionali, capaci di incentivare nuovi percorsi di sviluppo, funzionali al potenziamento della competitività futura dell’azienda. I lavoratori verdi risultano però di difficile reperibilità: secondo le imprese la difficoltà di reperimento nei settori green sfiora il 39%, contro poco più del 22% nel caso delle professioni non green.

E questo non è che uno dei tanti sintomi di cui soffre la green economy italiana, da sempre in cerca di una politica industriale che sappia regolarne e guidarne lo sviluppo a livello nazionale. I governi passano, ma questa cronica mancanza rimane, insieme ad amari rimpianti: chissà cosa potrebbe dare al Paese l’economia verde, se solo decidessimo di darle l’importanza che merita.