Diffusi i dati dell’International federations of robotics

Contrordine, altro che disoccupazione: 179mila assunti in più. Ma sono robot

L’esempio di Fiat e l'app Uber: hanno lo stesso valore, ma la prima ha 300mila dipendenti e la seconda 550

[4 giugno 2014]

Se sui giornali locali ci fosse una pagina dedicata alla disoccupazione come quella dei necrologi, ormai per avere le notizie più fresche in materia di lavoro guarderemo quella. In questa sorta di spoon river dei viventi al posto delle foto sulle lapidi starebbero le fototessere dei curriculum senza risposta, e degli occhi volti a guardarci molti sarebbero giovani – di quelli che in tanti vorrebbero già bollare come generazione perduta, lapide o curriculum che sia.

Forse una pagina del genere sarebbe troppo macabra per stare in piedi, o forse correremmo il rischio di confonderla con quella delle morti bianche, o dei suicidi per lavoro. Di certo, la carta che servirebbe per stamparla sarebbe eccessiva. Ma poco cambia, perché l’Istat implacabilmente rilancia a cadenza periodica il suo bollettino: oggi ci informa che il tasso di disoccupazione in Italia ha toccato un altro record raggiungendo il 13,6%, e per i giovani volteggia già ai picchi del 46%.

Numeri da stillicidio, ma c’è un fraintendimento. Non tutto è così nero come appare. Per una particolare categoria d’impiegati la crisi non frena le assunzioni: si tratta dei robot industriali. Nel corso di Automatica – la conferenza internazionale in corso in Germania, dove l’Europa ha annunciato investimenti da 2,8 miliardi di euro nel settore – i dati li ha snocciolati direttamente Arturo Baroncelli, l’italiano alla guida dell’International federations of robotics: «Nel 2013, circa 179.000 robot industriali sono stati venduti in tutto il mondo, ancora una volta un livello più alto di sempre e il 12 per cento in più rispetto al 2012. Inoltre, gli ordini in arrivo nei primi quattro mesi del 2014 sono aumentati notevolmente e le richieste di clienti di tutti i settori sono in aumento. Pertanto, ci aspettiamo che nel 2014 la crescita dei volumi di vendita continuerà con lo stesso ritmo del 2013».

Dunque, mentre i dati sulla disoccupazione (italiana) inanellano record negativi, quelli sulla vendita di robot industriali rovesciano la prospettiva. Certo, le vendite sono concentrate soprattutto «in Asia e Australia, nelle Americhe e in Africa», con la Cina – la fabbrica del mondo – che rimane di gran lunga il mercato di riferimento, ma anche il «mercato europeo è aumentato del 5% a oltre 43.000 unità, raggiungendo quasi il record di tutti i tempi registrato nel 2011», ancora in piena crisi. A voler essere precisi, fa sapere Baroncelli, anche «importanti mercati europei come l’Italia e la Spagna hanno iniziato a recuperare», sebbene entrambi i paesi presentino indici di disoccupazione da incubo.

Non per questo sarebbe corretto affermare che tra le due variabili ci sia correlazione diretta, inneggiando a un insensato luddismo di ritorno, ma se l’oggettività dei numeri continua ad avere un valore sarebbe insensato andare avanti a parlare di rilancio del lavoro e far finta di niente. La classe media – non solo operai, dunque – va sparendo insieme alle attività routinarie svolte da attori umani, sostituiti da macchinari più efficienti e meno lagnosi. I settori coinvolti dalla trasformazione sono molteplici, e nemmeno la green economy può dirsi al sicuro dalla disoccupazione tecnologica.

Ma è l’evoluzione dell’industria tradizionale ad essere paradigmatica. Si prenda la Fiat. In 10 anni (a guida Marchionne) è passata da «un fatturato di 49 miliardi e 162mila dipendenti di cui circa 80mila in Italia» a un fatturato «più che raddoppiato a 112 miliardi, con quasi 300mila dipendenti di cui 81mila nel nostro Paese». Dieci anni, per arrivare oggi – dopo più di 100 anni di storia industriale – a un valore riconosciuto dalla Borsa pari a 12,7 miliardi di dollari. Si stima che Uber, una compagnia di trasporto privato nata nel 2009 che con un’app connette direttamente autisti e passeggeri, oggi avrebbe in borsa una capitalizzazione pari ad almeno 12 miliardi di dollari. Niente di male, non fosse che a fronte dei 300mila dipendenti Fiat, Uber ne occupa circa 550.

La storia c’insegna che la corsa della tecnologia è difficilmente evitabile, ma può essere guidata. Già nel 1928 John Maynard Keynes presagiva per i suoi nipoti (ovvero, per noi) un futuro dove il «problema economico» sarebbe stato risolto, in buona parte grazie al ruolo svolto dalla rampante tecnologia. Per questo occorre però ridistribuirne i benefici, e diminuire di conseguenza l’orario lavorativo degli occupati, riqualificandoli, non tagliare semplicemente i loro posti di lavoro. Un processo immane da gestire, ma che non si risolverà facendo semplicemente finta che non esista. Insieme all’aumento delle disuguaglianze e all’esaurimento delle risorse naturali – che fa coppia le più disparate dinamiche, dall’invecchiamento demografico al cambiamento climatico – rappresenta la vera sfida del XXI secolo. Insomma, se davvero non si vuole un nuovo luddismo, bisogna lavorare meno per lavorare tutti, robot compresi: sarebbe l’ora di affrontare questa sfida a livello globale, prima che qualche algoritmo non ci pensi al posto nostro.