Corre l’Italia dell’export: beni, servizi e anche rifiuti

[16 aprile 2015]

Se l’Italia della crisi resta comunque a galla molto lo deve alla performance dell’export, tradizionalmente un punto forte del nostro Paese ma oggi particolarmente determinate in un contesto di domanda interna quanto mai asfittica. I dati sul commercio estero diffusi oggi dall’Istat confermano questa tendenza: a febbraio, rispetto al mese precedente, dall’Istituto hanno registrato un nuovo aumento dell’export pari al 2,5%, confermando un saldo commerciale positivo (+3,5 miliardi di euro) e «in aumento rispetto a febbraio 2014 (+2,7 miliardi). La bilancia commerciale, al netto dei prodotti energetici, è attiva per 6,1 miliardi».

Numeri che confermano quanto già emerso negli ultimi mesi e anni. Oggi le imprese che sopravvivono meglio sono in genere quelle che esportano; i settori della meccanica, dell’agroalimentare e del lusso tra i più performanti. Ma se i rifiuti rappresentano l’altra faccia della medaglia nella società dei consumi, anche l’export che li riguarda – con implicazioni diverse rispetto a quello delle merci o dei beni strumentali – meriterebbe approfondimenti.

Per quanto riguarda il mondo di sopra, ossia di quanto tradizionalmente inteso per “export”, i dati sono molteplici e noti, spaziando dalle statistiche ufficiali a rapporti d’approfondimento. L’ultimo dei quali, redatto da Euler Hermes – società attiva nell’assicurazione crediti (Gruppo Allianz) – assicura che nonostante un rallentamento globale nella crescita degli scambi commerciali, nei prossimi due anni il made in Italy crescerà di 25 miliardi di euro. Una bella cifra, specchio anche di quanti pochi sbocchi trovino i prodotti italiani in un contesto domestico, quello italiano, dominato dall’austerità e dalla deflazione salariale che comprime le possibilità d’acquisto dei cittadini.

Cosa bolle in pentola nel mondo di sotto, ossia quello dei rifiuti, è invece compito più arduo da definirsi. Ci ha provato meritoriamente Ecocerved – la società consortile del sistema italiano delle Camere di Commercio che opera nel campo dei sistemi informativi per l’ambiente –, che ha recentemente pubblicato la versione integrale dello studio redatto in occasione degli ultimi Stati generali della green economy.

Nell’arco di tempo 2009-2013 (quello preso in esame dal rapporto Ecocerved) la mancata crescita nominale del Pil italiano, stimata dalla Corte dei conti, ha superato i 230 miliardi di euro; una batosta che sarebbe stata lapidaria senza il contributo dell’export di beni e servizi. E per quanto riguarda i rifiuti? L’analisi Ecocerved, che si concentra sui rifiuti speciali (compresi quelli che possono derivare dal trattamento degli urbani e raccolta differenziata), mostra come ci sia stata un’importante crescita nell’export di settore, pari a +15,1% nel 2009-2012 (i dati disponibili per il singolo anno successivo mostrano poi un crollo). «Nel 2012, anno più recente per cui sono attualmente disponibili dati MUD bonificati, in Italia – si legge nel rapporto – la produzione di rifiuti speciali si attesta a 108,3 milioni di tonnellate», in aumento del 3,2% dal 2009.

Nel 2013, si osserva nel report, vengono «conferiti oltreconfine 3,4 milioni di tonnellate di rifiuti, sulla base dei dati da fonte MUD. Pur rappresentando una percentuale contenuta del conferito complessivo (compresa tra il 3% e il 4%), la quantità esportata dal nostro Paese è cresciuta a ritmo sostenuto negli ultimi anni, segnando una variazione pari a +15% tra il 2009 e il 2012, per poi riportarsi nel 2013 al di sotto del livello del 2009 di circa il 3%».

Con riferimento ai dati 2012, quasi 4 milioni di tonnellate (il 3,6%) di rifiuti sono registrate come conferito all’estero. Che fine fanno? «Per quanto riguarda i rifiuti che dall’Italia vengono conferiti all’estero, nel 2013 risulta destinato a recupero complessivamente l’81% (nel dettaglio 71% di materia e il 10% di energia) della quantità totale e a smaltimento il restante 19%». Per quasi un terzo dell’export italiano, la destinazione finale è la Germania.

Questo per quanto riguarda i numeri ufficiali, contabilizzati nei MUD, che come sappiamo non sono in grado di fornire un quadro d’osservazione completo. Al proposito, lo stesso direttore dell’Ispra ha tristemente constatato che al momento la certezza d’informazione sul tema «è un’utopia». Anche dai parziali dati disponibili, e da quanto si riesce a dedurre avvenga al di fuori di essi, è però purtroppo chiaro che la mancanza di impianti, di sensibilità sui territori e di politiche industriali dedicate al recupero (prima di materia, poi di energia) porti via all’Italia una possibilità di sviluppo sostenibile. Quando va bene a tutto vantaggio di altri e più lungimiranti paesi, mentre per quando va male ci sono sempre le ecomafie.