Corte dei Conti europea: spesi male i fondi Ue per la diversificazione dell’economia rurale

Tra le regioni indagate anche la Campania

[17 settembre 2013]

Secondo gli auditor della Corte dei conti europea che hanno curato il rapporto “Misure per la diversificazione dell’economia rurale: gli Stati Membri e la Commissione hanno conseguito un rapporto costi-benefici ottimale?”, «i fondi Ue per la diversificazione dell’economia rurale conseguono, solo in misura limitata, un rapporto costi-benefici ottimale. Spesso, nella selezione dei progetti, gli Stati membri agivano più in base all’esigenza di spendere i fondi assegnati che non a una valutazione dell’idoneità degli stessi progetti di diversificazione. In alcuni Stati membri, quando erano disponibili stanziamenti sufficienti, sono stati finanziati tutti i progetti ammissibili, indipendentemente dall’esito della valutazione che ne era stata fatta sul piano dell’efficienza e dell’efficacia. In seguito, nel periodo in cui i finanziamenti erano scarsi, talvolta sono stati respinti i progetti migliori».

L’audit ha riguardato le responsabilità della Commissione e 6 Stati membri: Italia (Campania), Repubblica ceca, Francia Polonia, Svezia (Västra Götaland) e Regno Unito – Inghilterra (Yorkshire e Humber).

La spesa dell’Unione europea per la diversificazione dell’economia rurale punta ad affrontare i problemi delle aree nelle quali sono presenti spopolamento, le scarse opportunità economiche e disoccupazione e  finanzia progetti a favore della popolazione e delle imprese rurali per contribuire a sostenere la crescita, l’occupazione e lo sviluppo sostenibile.

La Corte dei conti europea spiega che «la spesa dell’Ue prevista per queste misure è ammontata a 5 miliardi di euro per il periodo 2007 – 2013 e 2 miliardi di euro sono stati inoltre messi a disposizione dai fondi nazionali degli Stati membri».

Secondo quanto emerge dall’indagine, «la priorità assoluta della creazione di posti di lavoro non è stata adeguatamente perseguita. I metodi adottati per il monitoraggio e la valutazione non hanno consentito di ottenere un quadro reale dei posti di lavoro creati e mantenuti attraverso queste misure. Dal campione di progetti controllato è emerso che i risultati da questi registrati in termini occupazionali sono solo modesti».

In molti casi, gli auditor della Corte hanno constatato che «i progetti sarebbero stati realizzati comunque, anche senza il finanziamento Ue, il che rappresenta un impiego non efficiente dei limitati fondi dell’Ue. I controlli degli Stati membri sulla ragionevolezza dei costi dei progetti non hanno ridotto a sufficienza il rischio di spesa eccessiva e sono stati rilevati esempi di oneri amministrativi eccessivi e di pagamenti tardivi».

Jan Kinšt, che ha curato la relazione della Corte, evidenzia: «Il fatto che gli Stati membri e le regioni controllati non abbiano specificato chiaramente la meta che intendono raggiungere denota una strategia guidata dalla domanda anziché da obiettivi. Sul piano pratico, ciò ha condotto a situazioni in cui quasi tutte le tipologie di progetti potevano rientrare negli obiettivi stabiliti».

La Corte conclude che «l’audit ha palesato che, nel complesso, la Commissione e gli Stati membri sono riusciti a conseguire, solo in misura limitata, attraverso le misure per la diversificazione dell’economia rurale, un rapporto costi-benefici ottimale: gli aiuti, infatti, non sono stati sistematicamente indirizzati ai progetti che avrebbero avuto maggiori probabilità di conseguire le finalità delle misure. Ciò è dovuto all’assenza di chiare esigenze di intervento o di specifici obiettivi stabiliti nei Psr, all’adozione di criteri di ammissibilità generici che non hanno limitato la scelta dei progetti a quelli che con maggiore probabilità potevano realizzare la diversificazione, nonché a criteri di selezione che non hanno portato alla scelta dei progetti più efficaci o che non sono stati del tutto applicati. Troppo spesso, e in particolare all’inizio del periodo di programmazione, la selezione dei progetti è stata indotta più dall’esigenza di spendere i fondi assegnati che dalla qualità dei progetti stessi. In alcuni Stati membri, quando erano disponibili stanziamenti sufficienti, sono stati finanziati tutti i progetti ammissibili, indipendentemente dall’esito della valutazione che ne era stata fatta».

Per questo la Corte raccomanda: «Nei loro programmi di sviluppo rurale (Psr), gli Stati membri dovrebbero individuare in modo chiaro come e perché l’intervento pubblico in favore degli investimenti in attività non agricole possa contribuire a correggere, ad esempio, le disfunzioni del mercato relative agli ostacoli all’occupazione e alla crescita. Gli Stati membri dovrebbero quindi stabilire obiettivi specifici e misurabili in relazione a tali esigenze. La Commissione dovrebbe approvare solo i Psr che presentino strategie motivate ed esaurienti, con una chiara giustificazione dell’intervento che mostri in che modo esso contribuirà agli obiettivi strategici intesi a creare condizioni di crescita e opportunità occupazionali».

Inoltre l’audit sostiene che «gli Stati membri dovrebbero stabilire e applicare coerentemente criteri volti a garantire la selezione dei progetti più efficaci e sostenibili a fronte degli obiettivi specifici degli Stati membri. La Commissione dovrebbe garantire che tali criteri siano costantemente e correttamente applicati, e non solo quando gli stanziamenti sono carenti. La Commissione e gli Stati membri dovrebbero promuovere l’adozione delle migliori prassi in relazione al contenimento dei rischi di effetto inerziale e di spiazzamento. La Commissione dovrebbe invitare gli Stati membri ad adottare una prassi che renda ammissibile la spesa per gli investimenti solo dalla data di approvazione della sovvenzione. La Commissione dovrebbe garantire che gli Stati membri dispongano di sistemi efficaci per effettuare controlli sulla ragionevolezza dei costi. La Commissione e gli Stati membri dovrebbero garantire che, per il prossimo periodo di programmazione, si ottengano informazioni pertinenti e affidabili per facilitare la gestione e il monitoraggio delle misure e per dimostrare in che misura gli aiuti concessi contribuiscano al raggiungimento delle priorità dell’Ue. Gli obiettivi riguardanti la creazione di posti di lavoro dovrebbero essere realistici e il numero dei posti di lavoro creati dovrebbe essere accuratamente monitorato, le misure dovrebbero essere gestite meglio per tutto il periodo di programmazione e, in particolare, allorché risulta evidente che gli obiettivi stabiliti non saranno raggiunti. La Commissione e gli Stati membri dovrebbero intensificare i propri sforzi per ridurre l’onere amministrativo e garantire che i pagamenti siano corrisposti in un lasso di tempo ragionevole».