Cosa cambia per la geotermia italiana dopo il voto del Parlamento Ue sulle rinnovabili

Egec: «Elemento chiave per un'industria geotermica europea robusta, innovativa e competitiva». Con nuove incognite, però

[18 gennaio 2018]

Ieri il Parlamento Ue ha approvato nuovi obiettivi vincolanti in materia di energie rinnovabili, puntando a migliorare i target finora individuati nel quadro per il clima e l’energia al 2030: con 492 voti favorevoli, 88 contrari e 107 astensioni, gli eurodeputati hanno affermato che tra 12 anni la quota di energie rinnovabili dovrà essere pari al 35% (anziché al 27% finora previsto) del consumo finale di energia europeo.

Non è ancora detta l’ultima parola sul tema – i negoziati tra Parlamento, Commissione e Consiglio Ue potranno iniziare immediatamente –, ma è abbastanza perché possa iniziare a filtrare soddisfazione nelle realtà di settore. È il caso del Consiglio europeo per l’energia geotermica (Egec), che – al contrario di quanto avvenne dopo la presentazione delle tiepide proposte offerte dalla Commissione Ue – battezza il lavoro dell’Europarlamento come «ambizioso e coerente con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi».

«Il testo adottato dal Parlamento dell’Ue – argomenta l’Egec – propone un quadro forte in grado di fornire la necessaria certezza degli investimenti, e sicurezza per chi investe nelle energie rinnovabili. Si tratta di un elemento chiave per un’industria geotermica europea robusta, innovativa e competitiva. Potrebbe infine condurre allo sviluppo di una strategia industriale all’interno della quale il versatile settore geotermico contribuisca alla giusta transizione energetica».

C’è un però. Tra i testi votati ieri è stato approvato anche un emendamento – avanzato dal gruppo Efdd di cui fa parte il Movimento 5 Stelle – alla proposta di direttiva Promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili che introduce un elemento di incertezza per la coltivazione geotermica.

«A seconda delle caratteristiche geologiche di una determinata zona – recita l’emendamento – la produzione di energia geotermica può generare gas a effetto serra e altre sostanze dai liquidi sotterranei e da altre formazioni geologiche del sottosuolo. Gli investimenti dovrebbero essere mirati esclusivamente alla produzione di energia geotermica a basso impatto ambientale, con conseguente risparmio di gas a effetto serra rispetto alle fonti tradizionali. Pertanto, la Commissione dovrebbe valutare, entro dicembre 2018, se vi sia la necessità di una proposta legislativa intesa a regolamentare le emissioni, da parte delle centrali geotermiche, di tutte le sostanze, tra cui il CO2, che sono nocive per la salute e l’ambiente, sia nelle fasi esplorative che in quelle operative».

Il tema è stato affrontato nei giorni scorsi proprio dall’Egec, il quale – esprimendo parere contrario – ricorda che «la geotermia è una fonte di energia rinnovabile e dovrebbe essere trattata come tale. Le modifiche proposte individuano le emissioni legate alla produzione di energia geotermica sulla base di una serie di ipotesi errate». In particolare, l’Egec sottolinea che la CO2 connessa alla produzione di energia elettrica da geotermia non proviene da combustione (al contrario di quanto avviene col carbone, petrolio o gas) ma «sarebbe comunque naturalmente rilasciata dal suolo sottoforma di fumi, gas, etc. Pertanto, le normative ambientali dovrebbero prevedere che le emissioni delle centrali geotermiche siano misurate in relazione al rilascio naturale di CO2 dal campo geotermico prima dello sviluppo dell’impianto». Un esempio storico arriva dalla Valle del diavolo in Toscana, che eredita quest’appellativo dai tempi antichi in cui le emissioni naturali causate dalla geotermia rendevano questa fetta di territorio invivibile quanto terrificante; oggi invece la Valle del diavolo ospita Larderello, il primo luogo al mondo dove la geotermia è stata domata a fini industriali.

«Esiste già – aggiungono dall’Egec – un’analisi approfondita dei rischi ambientali collegati alla geotermia, inclusi analisi Life cycle assesment e d’impatto ambientale (Ipcc, Ineris, ecc). Gli studi confermano tutti i benefici dello sviluppo geotermico per combattere i cambiamenti climatici».

Tecnologie ed esigenze dei territori cambiano però col tempo, ed è necessario che la legislazione spinga a fare sempre meglio – nei confini del possibile. Per il contesto italiano – e del monte Amiata in particolare, cui l’Egec ha recentemente dedicato un apposito focus – il Consiglio per l’energia geotermica suggerisce un’azione in tre punti: «Migliorare l’applicazione delle normative internazionali, europee e nazionali sull’ambiente e sul clima già esistenti; sviluppare ulteriormente i processi di ricerca, innovazione e sviluppo per ottenere migliori prestazioni ambientali; migliorare le linee guida sulla pianificazione e il monitoraggio degli impianti geotermici a livello nazionale».

Non solo: la multinazionale Enel green power, leader mondiale nel settore che in Toscana gestisce oggi 34 centrali geotermoelettriche, nel corso del tempo ha più volte ribadito che in aree sensibili come quella dell’Amiata la realizzazione di impianti binari – il cosiddetto “ciclo chiuso a emissioni zero” che la stessa Egp impiega in altre parti del mondo – sarebbe economicamente conveniente ma tecnicamente infattibile a causa delle caratteristiche dei fluidi geotermici presenti. Altri soggetti industriali che proprio oggi si sono riuniti in convegno nell’auditorium del Gse a Roma ritengono invece fattibili simili impianti anche in contesti particolari come quello dell’Amiata; se e quando queste possibilità – com’è auspicio comune – verranno fattivamente dimostrate, ancora una volta si apriranno nuove frontiere della geotermia.

L. A.