Cosa frena l’economia circolare in Italia? «Leggi complesse, rigide, incoerenti». Parola di Pmi

La Cna chiede «semplificazione e strategia. Le piccole imprese vogliono, e possono, essere protagoniste di questo cambiamento epocale»

[16 novembre 2016]

In Italia si contano 690mila micro e piccole imprese, che nell’ultimo – secondo i dati raccolti da Ecocerved – si stima abbiano prodotto circa 52 milioni di tonnellate di rifiuti. Soprattutto, si tratta di attività sì piccole, ma che come noto rappresentano l’ossatura del sistema economico nazionale: nel loro complesso rappresentano infatti il 97% del totale dei produttori italiani. Se c’è una possibilità di avviare in concreto anche nel nostro Paese un modello di sviluppo che faccia perno sull’economia circolare, non si può dunque che partire dall’ascoltare le Pmi.

Nella sede nazionale della Cna, la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa, ieri questa voce si è alzata durante il convegno sul tema “Il nuovo pacchetto sull’economia circolare: impatto e nuove opportunità per le Pmi”. Un orizzonte sul quale oggi si sono interrogati esperti italiani e internazionali, esponenti politici e della piccola impresa europea, arrivando a formulare cinque priorità, una manciata di punti che le Pmi ritengono imprescindibili per sviluppare l’economia circolare italiana.

Non stupisce, purtroppo, rilevare che al primo punto della lista spicca l’assenza di un’adeguata qualità legislativa. Recentemente a sottolineare la necessità di regole chiare e certe per lo sviluppo dell’economia circolare sono stati i giovani di Confindustria insieme a Legambiente, e adesso lo stesso appello viene rilanciato dalla Cna:  è indispensabile «conciliare tutela dell’ambiente e semplificazione, perché non è vero che norme complesse aiutino la salvaguardia, anzi è più spesso vero il contrario». Più il corpus normativo è ampio e scritto in termini oscuri, più è facile interpretarlo e piegarlo alle singole convenienze, con il risultato finale di azzoppare gli imprenditori onesti e lasciar sguazzare gli altri nella palude dell’illegalità. Ecco dunque che oggi i principali ostacoli frapposti nel contesto italiano allo sviluppo dell’economia circolare sono dunque un «quadro normativo non sempre coerente, con politiche contraddittorie» e un «sistema di controlli schizofrenico ed incapace di tutelare le imprese che operano nella legalità».

Oltre a questa, ignorata evidenza, le Pmi sottolineano la necessità di «definire una strategia pluriennale di obiettivi che comprendano strumenti concreti in grado di sostenere gli investimenti delle imprese, soprattutto le più piccole; migliorare la capacità del sistema imprenditoriale italiano di sfruttare le risorse economiche esistenti; creare sinergie tra imprese fra di loro e tra imprese, Pubblica amministrazione e mondo della ricerca; prevedere una nuova delega sui temi ambientali con l’obiettivo di garantire una legislazione più coerente con un modello di economia circolare, definendo un percorso di medio-lungo termine mirato non solo a recepire ma anche a valorizzare e potenziare l’impatto delle politiche necessarie ad attuare gli impegni assunti su questi temi».

Cinque punti che, se realizzati, potrebbero dare tanto al Paese in termini di sostenibilità, sviluppo, occupazione. Secondo lo studio realizzato congiuntamente dalla Ellen McArthur Foundation e da McKinsey l’economia circolare potrebbe dare una fortissima spinta al Prodotto interno lordo europeo del 7 per cento in quindici anni, accoppiata a una crescita della produttività pari al 3% annuo e benefici totali all’economia del Vecchio continente quantificati in 1,8 miliardi di euro. L’incidenza delle materie prime sui costi industriali sfiora oggi il 40% e – sottolinea la Cna – spesso assoggetta i Paesi e gli imprenditori a logiche politiche, finanziarie, umane perlomeno discutibili. Questo vale soprattutto per l’Italia, storicamente povera di materie prime ma ricca di ingegno.

Dalla Cna evidenziano come vi sia uno stretto collegamento tra «economia circolare – made in Italy – qualità, tutti fattori cruciali per la competitività del Paese», un «approccio in cui l’artigianato e le piccole imprese sono parte attiva, pronte a coglierne tutte le opportunità».

«La normativa ambientale italiana è spesso caratterizzata da regole complesse, rigide, a volte incoerenti, capaci addirittura di ostacolare il rispetto delle disposizioni. Nel contempo – chiosa Daniele Vaccarino, presidente Cna – non è stata sviluppata ancora una concreta strategia per favorire una riconversione verde nel suo complesso. Le piccole imprese vogliono, e possono, essere protagoniste di questo cambiamento epocale». Basterebbe dargliene l’occasione.