Prosegue il focus sul gruppo di ricerca R4S (Regulation for Sustainability)

Cosa resta dei nuovi obiettivi Onu per lo sviluppo sostenibile

Gli Sdgs sono l’ennesima occasione perduta?

[20 novembre 2015]

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L’assemblea generale delle Nazioni unite ha recentemente adottato i “Sustainable development goals” (Sdgs) nell’ambito dell’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. L’obiettivo dichiarato degli Sdgs è quello di trasformare il nostro mondo (“transforming our world”) partendo dall’esperienza dei “Millennium development goals” (Mdgs), che erano stati adottati dalle Nazioni Unite nel 2000 come agenda mondiale per lo sviluppo nel periodo 2000-2015. L’ambiziosa agenda 2030 si basa su una serie di obiettivi e target che dovranno essere monitorati in modo costante e sistematico attraverso una complessa serie di indicatori che al momento sono ancora in corso di elaborazione. Da parte loro, gli Stati, dovranno sviluppare dei piani nazionali di azione finalizzati all’attuazione dell’agenda 2030.

Gli Sdg sono stati definiti a partire dai precedenti Mdgs dopo un lungo processo negoziale iniziato nel contesto della Conferenza Rio+20. Questi ultimi costituivano la traduzione operativa della Dichiarazione del Millennio, sottoscritta nel settembre del 2000 alle Nazioni Unite da 191 Capi di Stato e di governo. Gli Mdgs, che arriveranno a scadenza alla fine del 2015, erano strutturati in 8 goal, ciascuno articolato in un numero di target variabile da uno a sei. Negli Sdgs, invece, i goal sono più che raddoppiati, arrivando a 17, e i target sono cresciuti in maniera ancora più netta passando a 169. Mentre gli Mdgs avevano come loro destinatari i Paesi meno sviluppati, gli Sdgs si indirizzano a tutti i Paesi del mondo. Così, se l’agenda degli Mdgs era legata alla promozione dello sviluppo tout court, la nuova agenda degli Sdgs, pur rilanciando la centralità dello sradicamento della povertà come la più grande sfida del nostro tempo, si propone di affrontarla nell’ambito di una strategia globale per la promozione dello sviluppo sostenibile.

L’adozione degli Sdgs rappresenta il risultato di un importante processo partecipativo di rilevanza globale che ha coinvolto, oltre agli Stati, numerosi altri stakeholders, tra cui varie organizzazione intergovernative, università, soggetti economici e la società civile nel suo complesso. L’università di Siena attraverso il gruppo di lavoro di Ateneo sulla sostenibilità denominato Nesso, di cui i due autori dell’articolo fanno parte, è stata attivamente coinvolta in tale processo partecipativo in qualità di referente per l’area del Mediterraneo del Sustainable development solutions network (Sdsn), coordinato a livello globale dalla Columbia university di New York sotto la direzione del noto economista Jeffrey Sachs.

Ciononostante, la stesura finale degli Sdgs presenta ancora alcuni elementi di criticità. In primo luogo vi è una questione preliminare irrisolta, che consiste nella mancanza di una esplicita e chiara definizione del concetto di sviluppo sostenibile assunta come base dell’agenda 2030. Tale lacuna è particolarmente grave in quanto non consente di fissare un punto di riferimento per il lavoro futuro che dovrà essere svolto in attuazione dell’agenda stessa, e rende impossibile determinare quale debba essere la relazione tra le tre tradizionali dimensioni (ambientale, economica e sociale) del concetto dello sviluppo sostenibile. A nostra opinione, questa poteva invece essere l’occasione per sciogliere il nodo interpretativo legato a tale concetto, riconoscendo finalmente la necessaria predominanza della sua matrice ambientale.

Infatti, senza la componente ambientale non potrebbero esistere né la dimensione economica né quella sociale. Purtroppo, nonostante nel testo vi siano numerosi passaggi nei quali si può leggere un richiamo alla dimensione ambientale, l’esplicito riconoscimento del “cuore ecologico” dello sviluppo sostenibile è del tutto assente dall’agenda 2030. Anzi, gli Sdgs promuovono una crescita economica sostenuta, inclusiva e sostenibile (“sustained, inclusive and sustainable economic growth”). L’abbinamento delle due espressioni “sostenuta” e “sostenibile” genera qualche perplessità, poiché una crescita economica sostenuta difficilmente potrà essere sostenibile in un sistema, come quello del nostro pianeta, caratterizzato da risorse naturali e da serbatoi per i rifiuti entrambi fisicamente limitati.

In secondo luogo, vi sono diversi elementi di criticità che emergono dall’analisi degli Sdgs.

Innanzitutto, il numero dei goal, e in particolare dei target, risulta molto (e forse troppo) elevato, con il rischio di perdere una visione organica e di disperdere gli sforzi in azioni frammentarie e non sufficientemente coordinate. Inoltre, mentre gli Sdgs dedicano un goal specifico alla promozione della crescita economica, ignorando le conseguenze in termini ambientali di un sistema di sviluppo dominante basato sull’ideale della crescita, risulta assente un goal dedicato alla tutela delle risorse naturali, malgrado i parziali e frammentari riferimenti alle componenti ambientali contenuti in alcuni goal. Infine, a prescindere dai vari richiami alla dimensione ambientale, a nostro avviso, prevale una prospettiva fortemente antropocentrica, nella quale la protezione dell’ambiente è promossa in modo riduttivo, soltanto al fine del mantenimento delle condizioni necessarie per il soddisfacimento dei bisogni umani. L’ambiente non è quindi considerato come un valore meritevole di tutela in quanto tale, bensì in funzione strumentale rispetto alle esigenze umane.

In conclusione, rimane la sensazione che complessivamente gli Sdgs costituiscano un’altra occasione perduta, o comunque non sfruttata appieno, per segnare un’inversione di tendenza nel cammino verso una decisa conversione ecologica dell’insostenibile modello di sviluppo dominante.

di Massimiliano Montini e Francesca Volpe, gruppo di ricerca R4S in esclusiva per greenreport.it