Sono 261 i casi censiti dal 2014, il 47,5% è avvenuto al nord

Crescono gli incendi negli impianti che gestiscono rifiuti, c’è dolo nel 20% dei casi

Braga: più che nuove leggi è «prioritario arrivare ad una chiusura corretta del ciclo dei rifiuti, contribuendo in questo modo a chiudere lo spazio a possibili comportamenti illeciti»

[18 gennaio 2018]

La Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività connesse al ciclo dei rifiuti, presieduta da Chiara Braga, ha approvato ieri la Relazione sul fenomeno degli incendi negli impianti di trattamento, smaltimento e recupero di rifiuti verificatisi nel periodo 2014-2017. «I 261 episodi che abbiamo censito – ha spiegato Braga – mostrano che si tratta di un fenomeno nazionale e non di una mera sommatoria di episodi distinti. Per questo la Commissione ha ritenuto di studiare a fondo il fenomeno, individuando alcuni elementi d’interesse».

In poco meno di 100 pagine la Commissione, come sottolinea la Conferenza delle Regioni, illustra come circa il 20% di questi casi di incendio abbia origine dolosa, e come per uno su due le indagini siano a carico di ignoti. Inoltre, la metà dei casi si registra nelle Regioni del nord.

Il 12,3% degli incendi sono stati infatti censiti nelle isole, il 16,5% nelle Regioni del centro, il 23,7% al sud e ben il 47,5% al nord. Questo è «un elemento di attenzione che si incrocia con una presenza maggiore di impianti e un’inversione del flusso dei rifiuti rispetto a storiche emergenze che hanno in passato colpito le regioni meridionali – argomenta Braga – oltre che alla maggiore urbanizzazione».

In altre parole, gli impianti che gestiscono i nostri rifiuti subiscono più incendi… dove gli impianti sono più presenti, ovvero al nord: «L’incidenza è sicuramente maggiore in quest’area – aggiunge infatti Braga – anche per l’alta presenza di impianti, che ricevono molti rifiuti dal centro-sud. La non corretta chiusura del ciclo dei rifiuti evidentemente attiene al fenomeno; c’è carenza di alcune aree del Paese sulla raccolta differenziata e i rifiuti possono subire una mobilità verso le aree dove invece c’è disponibilità, al netto dei comportamenti illeciti».

Se ne deduce che limitare il numero di incendi negli impianti (che si ritiene siano fatti con dolo, cioè “con piena coscienza e intenzionalità” nel 20% dei casi) è necessario irrobustirne la presenza in tutto il Paese lungo tutta la filiera (selezione, avvio a recupero di materia, a recupero energetico, a smaltimento), in modo che la gestione del ciclo integrato dei rifiuti possa compiersi correttamente secondo i principi di sostenibilità e prossimità.

«Dal nostro punto di vista – conferma Braga – abbiamo appurato una correlazione tra il fenomeno degli incendi e una mancata chiusura del ciclo dei rifiuti», aggiungendo poi come concause «la fragilità degli impianti, spesso non dotati di sistemi adeguati di sorveglianza e controllo, la rarefazione dei controlli sulla gestione che portano a situazione di sovraccarico degli impianti e quindi di incremento di pericolo di incendio, la possibilità determinata da congiunture nazionali e internazionali di sovraccarico di materia non gestibile, che quindi dà luogo a incendi dolosi liberatori». Il riferimento qui è alla Cina che ha ridotto l’import di rifiuti in plastica europei trattati nei suoi impianti. Paesi con una struttura impiantistica già fragile come il nostro sono andati in sofferenza, e il dolo ha iniziato a crescere.

Non si tratta di un problema che si risolverà da un giorno all’altro. Non a caso il 2017 è stato l’anno che, in proporzione, ha fatto registrare «il massimo numero tendenziale di eventi, con un ulteriore aumento a partire dalla seconda metà dell’anno», con una crescita che in ogni caso «risale già al biennio precedente».

Per combattere il fenomeno secondo la presidente della Commissione d’inchiesta più che nuove leggi sono necessari il rispetto ed il controllo sulle attuali, con particolare riferimento alla «corretta autorizzazione» e al «rispetto della normativa anticendio». Ma il problema di fondo da affrontare rimane sempre lo stesso: «Non c’è dubbio che sia prioritario arrivare ad una chiusura corretta del ciclo dei rifiuti, contribuendo in questo modo a chiudere lo spazio a possibili comportamenti illeciti».

L. A.