Dal biometano potrebbe arrivare quasi il doppio di tutto il gas oggi estratto in Italia

Legambiente: «È importante che Governo e Regioni mandino segnali chiari e univoci per evitare il diffondersi di pregiudizi e indichino come debba essere gestito lo sviluppo degli impianti»

[7 Ottobre 2019]

L’Italia è un Paese fortemente dipendente dal gas: è questa la fonte energetica che più di ogni altra soddisfa ancora oggi la nostra domanda di energia primaria (con una copertura del 36,2% nel 2017), ma siamo costretti a importarne dall’estero oltre il 90%, attingendo da fonti fossili e da Paesi come Russia, Algeria, Libia. Il primo passo per impostare la transizione ecologica del settore e ridurre al contempo la dipendenza dall’estero è quello di puntare sullo sviluppo degli impianti a biometano, che – come argomentato oggi a Bologna da Legambiente, in un convegno nazionale sul tema – comporta notevoli vantaggi ambientali e consente di affrontare una delle sfide più difficili della decarbonizzazione, quella della mobilità e dei trasporti.

«L’Italia, con 1.600 impianti a biogas, è il secondo produttore di biogas in Europa e il quarto al mondo – spiega Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente e membro del nostro think tank redazionale Ecoquadro – ha quindi un potenziale produttivo di biometano alto, stimato al 2030 in 10 miliardi di metri cubi, di cui almeno otto da matrici agricole, pari a circa il 10% dell’attuale fabbisogno annuo di gas naturale e ai due terzi della potenzialità di stoccaggio della rete nazionale». Per avere una pietra di paragone, 10 miliardi di metri cubi di gas sono circa il doppio rispetto ai 5,4 estratti in tutta Italia (prevalentemente dalle trivellazioni in Adriatico) durante l’intero 2018; solo che nel primo caso si tratta di una fonte energetica rinnovabile e programmabile che permette di rispondere agli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra, anziché di un combustibile fossile che bruciando torna a immettere in atmosfera CO2 che altrimenti sarebbe rimasta sottoterra.

«Una buona pianificazione e il coinvolgimento dei cittadini sono, per Legambiente – sottolineano dall’associazione ambientalista – la chiave per lo sviluppo degli impianti a biometano nel nostro Paese, dove dal 2018 è possibile immettere in rete questo combustibile prodotto da rifiuti urbani, scarti agroalimentari, fanghi di depurazione e discariche esaurite».

Eppure l’Italia sta perdendo la sua scommessa sul biometano. Già nel 2014 il Mise ha fissato obiettivi crescenti di penetrazione dei biocarburanti avanzati sul mercato, e l’approvazione del decreto del 2 marzo 2018 ha introdotto nuovi incentivi per la produzione di biometano finalizzato al settore trasporti, ma nel mentre lo stallo che si è venuto a creare sul fronte End of waste frena il rilascio delle autorizzazioni per realizzare nuovi impianti. Impianti attorno ai quali cresce nel mentre un ingiustificato allarme sociale: il vicepresidente del Kyoto club è arrivato a contare lungo lo Stivale oltre 120 casi di sindrome Nimby contro i biodigestori, che in realtà rappresentano strumenti perfetti per legare con un unico filo rosso l’economia circolare, la lotta ai cambiamenti climatici e la promozione di un’agricoltura di qualità.

Si tratta di criticità che nascono innanzitutto, secondo Legambiente, dall’assenza di linee guida per uno sviluppo di impianti non solo sostenibili ma anche integrati nei territori: per questo il Cigno verde propone una campagna di informazione capillare su che cosa sia il biometano “fatto bene” e l’attivazione di processi di partecipazione territoriale.

«È importante che Governo e Regioni mandino segnali chiari e univoci per evitare il diffondersi di pregiudizi e indichino come debba essere gestito lo sviluppo degli impianti. Il primo passo da fare è una pianificazione territoriale basata su un censimento della materia organica disponibile. Sia per capire meglio la tipologia di prodotto da valorizzare, sia per pianificare il numero e le dimensioni degli impianti, coinvolgendo tanto il mondo agricolo quanto quello della gestione dei rifiuti nelle diverse fasi della pianificazione».

Gli impianti servono, a cominciare da quelli di digestione anaerobica e compostaggio per il trattamento della frazione organica, che rappresenta il 40,3% del quantitativo raccolto con la raccolta differenziata (6,6 milioni di tonnellate su 16,4 totali, con un incremento del 10% circa negli ultimi 10 anni). Spazzatura che ad oggi non sappiamo però come gestire in modo sostenibile, dato che l’ultimo rapporto del Consorzio italiano compostatori (Cic) riporta che gli impianti di digestione anaerobica per il trattamento dell’organico ricevono solo 3 milioni di tonnellate, meno della metà del quantitativo raccolto. Per questo tra le priorità indicate da Legambiente «è fondamentale realizzare in ogni provincia, nel centro sud Italia almeno un impianto di compostaggio e di digestione anaerobica, con produzione di biometano». L’obiettivo è quello di dispiegare le potenzialità ancora latenti sul territorio: «È necessario – conclude Legambiente – che l’Italia indichi obiettivi chiari e lungimiranti sia dal punto di vista quantitativo che strategico per il raggiungimento di copertura del 10% del gas fossile attuale con il biometano».

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