Dall’industria nucleare a quella del decommissioning: a che punto siamo per il deposito italiano?

[30 marzo 2015]

nucleare rifiuti radioattivi

Pensando ai rischi legati alla tecnologia nucleare la mente corre immediatamente ai grandi disastri che si sono susseguiti nella storia: Three Miles Island, Cernobyl, Fukushima, per non parlare dell’impiego militare dell’atomo. Oltre a questi e altre migliaia di incidenti minori, le difficoltà più gravi legati alla sicurezza del nucleare serpeggiano invece nella quotidianità dell’esercizio degli impianti con le loro scorie, e nel decommissionig di quelli fuori uso. Un interrogativo pesante, che non risparmia l’Italia.

Per fare il punto sulla situazione nel nostro Paese, e in particolare sulla realizzazione dell’annoso deposito nazionale dei rifiuti radioattivi – perché un deposito serve – ieri a Roma il presidente dell’associazione “SI alle Fonti Rinnovabili, NO al Nucleare”, Vittorio Bardi, ha presentato la cosiddetta Commissione scientifica sul decommissioning, istituita da molti tra i soggetti con le più alte competenze in materia: dal suo presidente, Giorgio Parisi, premio Planck della Fisica, a Massimo Scalia, fisico e storico leader ambientalista, già presidente della Commissione d’inchiesta sui rifiuti che nel 1999 per prima portò all’attenzione del Parlamento la questione della gestione delle scorie radioattive.

«Il problema principale – ha infatti esordito Parisi – è che non abbiamo ancora una strategia chiara sul controllo efficacedella radioattività e della contaminazione radioattiva, sia nella fase dell’esercizio dei reattori nucleari che per la gestione delle scorie radioattive. Un deposito per i rifiuti di bassa e media attività impegna le prossime centinaia d’anni; e per i rifiuti con tempi di dimezzamento di decine di migliaia di anni gli scenari travalicano di gran lunga la nostra ordinaria percezione. Anche se abbiamo alle spalle il fallimento del deposito di Yucca Mountain negli Usa e i grandi progetti scientifici per trasformare i radionuclidi a vita media lunghissima in radionuclidi gestibili a corta vita media stanno battendo il passo,spetta a tutti noi – scienziati, stakeholders e cittadini – il compito di trovare le soluzioni tecnicamente e scientificamente più affidabili ma anche socialmente sostenibili, nel contesto di scelte che, riguardando comunicazione, cultura, società e persone, vanno affrontate nella democrazia e nella trasparenza delle decisioni».

Come ha ricordato Roberto Mezzanotte, già direttore del Dipartimento nucleare di Ispra, a oggi la destinazione della maggior parte dei rifiuti –75 mila metri cubi circa, a bassa e media attività (seconda categoria) – in un impianto di smaltimento di tipo superficiale è una soluzione tecnicamente possibile e largamente condivisa. Quel che manca tutt’ora all’appello sono le linee guida per i 15 mila metri cubi di rifiuti ad alta attività(terza categoria), considerando anche che sul loro smaltimento in un sito geologico profondo esistono forti riserve sul piano tecnico-scientifico. «Si potrebbe invece considerare l’ipotesi di un “deposito di lungo termine (50-100 anni) per l’alta attività – propone Mezzanotte – dove i rifiuti possono essere custoditi in condizioni di sicurezza ottimali, dando tempo a scienza e tecnologia di offrire delle soluzioni o agli organi della UE di individuare un sito ‘regionale’ comune».

L’unica cosa certa è che per trovare una soluzione reale al problema delle scorie nucleari è impensabile che alle sollecitazioni scientifiche continui a rispondere una debolissima voce da parte del mondo industriale.

Gli impianti nucleari italiani sono stati messi in custodia passiva nel 1990, la questione del decommissioning è stata sollevata sia in sede tecnica che davanti al Parlamento alla fine degli anni ’90, ma nonostante le sollecitazioni non c’è stata nessuna risposta di tipo industriale. Analogamente, a livello mondiale. Infatti il declino dell’industria nucleare, evidente già prima di Fukushima sotto l’incalzare delle energie rinnovabili – il loro contributo era divenuto superiore di oltre tre volte a quello del nucleare –, erano elementi tali per cui l’industria nucleare tentasse una parziale riconversione nel decommissioning. Non ve n’è traccia, mentre proprio quest’anno ben 91 centrali nucleari raggiungono i 40 anni di vita, ed è difficile pensare a una proroga di altri 20 anni d’esercizio. Ci sarebbe spazio anche per l’industria italiana», con Sogin in primo piano: il suo piano industriale, presentato nel 2011, è ancora oggi al centro di scontri e polemiche, anche tra gli stessi vertici aziendali: le potenzialità non mancano, ma quanto mai urgente riuscire una volta per tutte a metterle a frutto.