È il primo apparecchio automatico di diagnostica del suo genere, finanziato dall’Ue

Dall’Università di Firenze arriva Lessdrone, per migliorare la gestione delle acque reflue

In Italia, il 27% dei rifiuti speciali pericolosi arriva dal trattamento dei rifiuti e delle acque reflue: anche la green economy produce scarti che è necessario saper gestire

[28 agosto 2017]

Partirà quest’autunno il progetto europeo Lesswatt, che l’Ue ha finanziato (all’interno del programma europeo Life) con 760mila euro: risorse grazie al quale un team di ricercatori coordinati dal dipartimento di Ingegneria civile e ambientale dell’Università di Firenze – capofila del progetto – realizzerà Lessdrone, definito dall’Ateneo toscano come il primo apparecchio automatico di diagnostica in grado di rendere più efficace il processo di trasferimento dell’ossigeno nei reattori aerobici nel trattamento delle acque reflue urbane e industriali.

«Lessdrone – spiega Riccardo Gori, docente di Ingegneria sanitaria e ambientale, responsabile scientifico del progetto – è una ‘piccola imbarcazione’ capace di monitorare la quantità di ossigeno presente nelle vasche e di diagnosticare quali interventi potrebbero migliorare l’aerazione nei reattori aerobici. Lo strumento che metteremo a punto sarà in grado di definire quali azioni si possono intraprendere per raggiungere più elevati livelli di efficienza e conseguentemente riduzioni di costo e di emissioni di gas serra. Consentirà inoltre il monitoraggio delle emissioni di gas serra provenienti direttamente dai reattori di processo, permettendo di raccogliere una notevole mole di dati a supporto dello sviluppo di modelli deterministici ed empirici che descrivano la produzione ed il trasferimento di uno o più componenti dalla fase liquida a quella gassosa. Ci sono dispositivi che consentono già rilevazioni di questo tipo e vengono adoperati principalmente a scopo di ricerca, ma richiedono tutti la presenza di un operatore, mentre Lessdrone procede in maniera del tutto autonoma».

Un apparecchio che promette dunque di portare importanti innovazioni in un settore tanto importante e delicato come quello che ruota attorno alla gestione delle acque reflue, non solo a livello di depurazione. Basti infatti ricordare, come fa oggi l’Arpat esaminando l’ultimo rapporto Ispra sui rifiuti speciali, che il 27% della produzione di rifiuti speciali pericolosi in Italia arriva proprio dai rifiuti prodotti dal trattamento dei rifiuti e delle acque reflue: una testimonianza empirica di come anche la più circolare delle economie produca rifiuti dei quali è necessario sapersi occupare.

Una realtà, questa, sulla quale la Toscana dovrà continuare a lavorare sodo. Nella nostra Regione i fanghi prodotti depurando le nostre fogne ammontano a 110mila tonnellate l’anno, e sono destinati a crescere; eppure un’inchiesta partita nell’autunno 2016 ha bloccato la possibilità di gestire questi rifiuti prodotti dal territorio entro i confini regionali, destinandoli all’export. La soluzione definitiva? Realizzare in tempi «certi e rapidi gli impianti adeguati per gestire tutto il flusso di fanghi toscano», come hanno già chiesto da Confservizi Cispel Toscana.

L. A.