Ogni mille euro di valore aggiunto ne perdiamo una fetta in esternalità negative

Danni ambientali, quella curiosa regola del 24 che vale in Italia

[22 novembre 2013]

Per ogni mille euro che guadagnate, immaginate che ve ne tolgano 24; in tempi di tagli ai salari e di tasse in crescendo è una facile fantasia. E non è piacevole. Ma è quanto accade al sistema economico italiano nel suo complesso: le nostre attività economiche generano mediamente 24 euro di danni ambientali e sanitari ogni 1000 euro di valore aggiunto prodotto, e questo soltanto per quanto riguarda le emissioni in atmosfera.

I numeri li mette sul tavolo ECBA Project, una società di consulenza specializzata nell’analisi costi-benefici di progetti, impianti e politiche di investimento della quale avevamo già parlato su queste pagine. I valori aggregati del suo recente studio erano già noti, e mettevano a confronto un Pil del 2012 pari a 1.566 miliardi di euro ai prezzi correnti, e le esternalità complessive di imprese e famiglie pari a 48,3 miliardi. Una diseconomia di quasi 50 miliardi di euro, una ben corposa finanziaria. Splittando questa cifra enorme in alcuni macrosettori economici possiamo però avere adesso un quadro più preciso delle esternalità negative nel nostro Paese.

La ricerca di questi settori ne individua dieci tra quelli che contribuiscono maggiormente al valore aggiunto dell’economia nazionale: di tutti, secondo L’indicatore ECBA Project Environmental Cost-Benefit Index, quello dei servizi di trasporto e logistica presenta la maggiore intensità di danni ambientali e sanitari delle emissioni in atmosfera in relazione al beneficio economico direttamente generato, con un valore di 49 euro ogni 1000 di valore aggiunto del settore. L’immobiliare, che contribuisce con il 14,3% al valore aggiunto totale, è invece quello che genera minori costi esterni ambientali, con un valore inferiore a 1 euro ogni 1000 di valore aggiunto.

il macro settore dei Servizi di Trasporto e logistica, che incide sul valore aggiunto per il 5,7%, presenta un valore di questo indice  pari a 0,049 (49 euro di danni ambientali e sanitari su 1000 di valore aggiunto generato), cinque volte superiore a quello del comparto di appartenenza (Servizi – 0,009) e doppio rispetto al valore indice dell’intera economia italiana (0,024).

L’industria manifatturiera, che contribuisce al 15,7% del valore aggiunto, presenta un valore indice di 0,033 (33 euro di danni ambientali e sanitari su 1000 di valore aggiunto generato): si comporta quindi meglio dell’industria nel suo complesso (0,038). Fra i macro-settori dell’industria, quello delle costruzioni (6% sul valore aggiunto) ha una prestazione di eco-efficienza ancora migliore, con un Environmental Cost Benefit Index di 0,006 (6 euro su 1000 di valore aggiunto).

Per quanto riguarda gli altri settori del comparto dei servizi, l’indice del commercio all’ingrosso e al dettaglio, che incide per l’11,1% sul valore aggiunto, è pari a 0,020 ed è quindi oltre il doppio di quello più generale del suo comparto (servizi – 0,009), principalmente a causa del ruolo dei trasporti nella attività di distribuzione all’ingrosso e al dettaglio.

Il valore di tutti questi numeri, spiega Donatello Aspromonte – partner di ECBA Project e co-autore dello studio – è quello di poter disporre di «un indicatore che rapporta alla ricchezza creata da un’attività economica in un dato anno quella distrutta esternamente dalla stessa attività, e che quindi esprime anche il grado di efficienza delle attività economiche nella prevenzione dei danni ambientali. In base alla nostra indagine, circa il 50% delle esternalità negative è dovuta a settori che concorrono per solo il 10% alla creazione del valore aggiunto nazionale».

Un’indagine che dovrebbe tanto più far riflettere in quanto, come ricordato, stima i danni ambientali e sanitari prendendo come riferimento le emissioni in atmosfera delle attività economiche. Per quanto importanti, tali impatti non sono gli unici: e la progressiva perdita dei servizi ecosistemici, insieme ai cambiamenti climatici e all’assottigliarsi delle risorse materiali ed energetiche facilmente disponibili comporta costi che sono – oltre una certa soglia – assoluti. Non più una fastidiosa appendice dei vantaggi economici, ma un enorme fardello sulla nostra qualità (e possibilità) di vita.