Davos: «Elevati livelli di disuguaglianza sono colpa della politica, non del capitalismo»

L’Italia occupa la 27esima posizione su 29 nazioni in termini di Sviluppo inclusivo, secondo il World economic forum

[17 gennaio 2017]

Secondo le previsioni appena pubblicate dal Fondo monetario internazionale all’interno del World economic outlook la performance del Pil italiano risulta la peggiore in assoluto tra i principali paesi europei, segnando un +0,7% nel 2017 e un +0,8% nel 2018, ovvero rispettivamente due e tre decimi di punto in meno rispetto quanto previsto dallo stesso Fmi nell’ottobre scorso. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan si dice «un po’ stupito», ma non è necessariamente il caso di strapparsi i capelli. In primo luogo perché le previsioni dell’Fmi, come dimostra la storia recente, col senno di poi si dimostrano spesso grandi abbagli; in secondo luogo, è il World economic forum apertosi oggi a Davos a confermare che la crescita del Pil non va necessariamente di pari passo con il benessere della cittadinanza.

Come si mostra nel rapporto 2017 sulla Crescita inclusiva e lo sviluppo, nel 42% dei Paesi osservati (103) l’Indice di sviluppo inclusivo (Idi) è diminuito negli ultimi 5 anni anche a fronte di un aumento del Pil: Brasile, Irlanda, Giappone, Messico, Nigeria, Sud Africa e Stati Uniti rientrano tra questi. Che cosa significa? Che la ricchezza creata non è stata adeguatamente distribuita. L’Indice di sviluppo inclusivo tiene infatti in debita considerazione non solo il Prodotto interno lordo, ma anche il reddito mediano delle famiglie, la povertà, la disuguaglianza di reddito e di ricchezza, l’intensità di carbonio delle singole economie.

A preoccupare l’Italia non dovrebbero dunque essere le previsioni dell’Fmi, ma lo storico disegnato dal World economic forum. Su 29 economie sviluppate, l’Italia occupa la vergognosa casella del 27esimo posto in termini di Idi. La scarsa performance del Pil nostrano è solo una piccola parte di questo risultato: nel rapporto il Wef dipinge l’Italia come un Paese «politicamente instabile», dove sopravvivono «alti livelli di esclusione nell’economia», sintetizzati nel 21esimo posto (su 29) affibbiatoci per quanto riguarda i livelli di povertà e disuguaglianza. A fronte di un quadro di per sé critico con l’aggravante di una «scarsa mobilità sociale, indicata da un elevato differenziale intergenerazionale nella distribuzione dei salari», il sistema di protezione sociale italiano «non risponde a tali preoccupazioni in quanto non è né particolarmente generoso né particolarmente efficiente».

Non si tratta di variabili sulle quale è impossibile intervenire, anzi. L’aumento della disuguaglianza, affermano dal World economic forum, rilette principalmente «una carenza di attenzione da parte dell’ecosistema politico piuttosto che una ferrea legge del capitalismo». L’Italia ne sa qualcosa: come dimostrano i dati diffusi da Oxfam, nel nostro Paese il 20% più ricco degli italiani possiede poco più del 69% della ricchezza nazionale, e nonostante dal 1988 al 2011 vi sia stato un incremento del reddito nazionale pari a 220 miliardi di dollari, il 29%  di questo incremento è stato incamerato dal 10% della popolazione più abbiente.

Come numerose ricerche internazionali già suggeriscono – da ultima quella prodotta dal Potsdam institute for climate impact research – da solo l’incremento del Pil non compensa i danni economici provocati dal cambiamento climatico. Altrettante ricerche (tra cui questa prodotta dal Wef) mostrano ormai in modo inequivocabile come redistribuire salari e ricchezza sia la chiave per non compromettere l’architettura sociale di cui l’Occidente va orgoglioso, insieme alla democrazia e alla stessa possibilità di migliorare la crescita economica. La domanda è se anche la classe politica arriverà ad accorgersene per tempo.