Dazi ai pannelli fotovoltaici cinesi, Frassoni a greenreport.it: «Vi spiego perché sono giusti»

[17 giugno 2013]

Nell’articolo di Daniela Palma sui dazi imposti (provvisoriamente) dalla Commissione sui pannelli fotovoltaici cinesi, si allude al fatto che questa misura avvantaggerebbe in modo sleale l’industria tedesca contro i «paesi più deboli». Si dice anche che la Cina ha saputo «cogliere al volo» questa straordinaria opportunità, a differenza dell’Europa che «si presenta invece in ordine sparso relativamente all’assetto del suo tessuto industriale».

Questo secondo punto è senz’altro vero: l’Ue deve fare i conti con una Cina altamente dinamica e competitiva che ha saputo sfruttare la mancanza di una chiara strategia di valorizzazione di un’industria innovatrice della Ue. Ma l’autrice sembra dimenticare che la Cina ha colto l’opportunità in questione praticando un dumping inaccettabile; siamo insomma in una situazione di abuso, dato che la Cina sovvenziona con decine di miliardi di dollari i pannelli solari, li vende sotto-costo ed  è all’origine di una sovrapproduzione mondiale del 40%. Come dice una famosa pubblicità, a tutti piace vincere facile!

Gli Usa hanno deciso di introdurre dei dazi di gran lunga più pesanti di quelli europei da poco più di un anno.

Purtroppo, contrariamente a quello che sembra indicare l’autrice, la Germania non è per nulla favorevole ai dazi. Anzi. Pare ormai certo che la fortissima pressione che la Cina sta esercitando sui paesi Ue stia dando i suoi frutti e una decina di stati membri, fra cui appunto la Germania, si sta posizionando contro i dazi per il timore di una guerra commerciale con la Cina. E’ di pochi giorni fa la minaccia ai vini europei che sta facendo riflettere altri paesi, fra cui il nostro.
Dobbiamo temere di innescare una guerra commerciale resistendo alle pressioni cinesi? Non scherziamo: quando un paese utilizza il dumping sociale, ambientale, fiscale per guadagnare mercati internazionali geo-strategici, o minaccia di ritorsioni Stati che osano sfidare queste pratiche, è chiaro che siamo già in una guerra commerciale.
Dare uno sguardo ad alcuni fatti è importante: nel 2011, nonostante la crisi economica, gli investimenti globali nelle energie rinnovabili hanno raggiunto più di 200 miliardi di euro, cinque volte in più rispetto al 2004.

Le rinnovabili ora rappresentano più della metà della nuova capacità di generazione elettrica installata nel mondo. Purtroppo, però, nonostante il successo mondiale, negli Stati Uniti e in Europa, l’industria fotovoltaica si trova ad affrontare una crisi senza precedenti, per molte aziende si prospetta la dichiarazione di fallimento, altre resistono con estrema difficoltà. Decine di migliaia di posti di lavoro sostenibile sfumano e le competenze industriali scompaiono in un mercato globale invaso da pannelli cinesi. Pechino nutre da diversi anni una vera e propria bolla attraverso dumping, sovvenzionando una massiccia capacità di produzione nazionale di pannelli. Risultato, genera eccesso di capacità globale di almeno il 40% e il prezzo crolla.
L’offensiva cinese altera in modo sostanziale le industrie fotovoltaiche in Europa; si sarebbe naturalmente dovuto agire molto prima e noi lo abbiamo segnalato da tempo; è anche necessario invertire la tendenza a ridurre il ruolo e a screditare l’industria delle rinnovabili in corso in Europa e in parte anche in Italia. Ma dobbiamo renderci conto che non fare nulla significa rinunciare all’industria in questo settore, e limitarsi alle attività di ricerca che stanno a monte della produzione dei pannelli e a valle, (marketing, istallazione, manutenzione, riciclaggio). Non è male, certo, si tratta di attività che sono pari al 60% del settore e rappresentano molti posti di lavoro, che devono essere salvaguardati.

Tuttavia, perché rassegnarsi alla fine di questa parte dell’industria delle energie rinnovabili, accettando per di più una posizione dominante e a termine di vero e proprio monopolio da parte della Cina basata per di più su pratiche di dumping abusivo? Senza contare che l’argomento del prezzo più basso potrebbe poi rivelarsi fallace nel medio, lungo periodo: come ben dimostrato dal caso delle terre rare, si arriverà verosimilmente ad una situazione di monopolio e ad un conseguente aumento dei prezzi.

Insomma, bisogna forse resistere alla Germania, ma per le ragioni opposte di quelle sostenute dalla D.ssa Daniela Palma.

Monica Frassoni, Co-Presidente Partito verde europeo