Dazi, l’Ue chiede di valutare gli standard «fiscali, sociali e ambientali» dei Paesi esportatori

Il voto dell’Europarlamento inasprisce la linea europea sulle barriere anti-dumping: nel mirino la Cina

[21 giugno 2017]

Con 33 voti a favore, 3 contrari e 2 astensioni la Commissione per il commercio dell’Europarlamento ha approvato un aggiornamento delle regole che gestiscono il modo in cui i dazi posso essere imposti per imporre una barriera anti-dumping in grado di difendere le imprese europee dalle concorrenti oltreconfine. Un’azione che mette nel mirino soprattutto la Cina e in particolar modo la sua industria siderurgica, che da sola vale la metà di quella globale.

«In alcuni casi – spiegano dall’Europarlamento – aziende estere che vogliono accedere ai mercati europei vendono i propri prodotti a prezzi molto bassi, anche più bassi di quelli del loro stesso mercato interno, a discapito delle aziende europee. Questo fenomeno viene chiamato dumping. Si verifica quando le aziende esportatrici di prodotti a prezzi ribassati in maniera anormale beneficiano di scarsa competizione domestica e pesante interferenza statale in loro favore nel processo di produzione. In alcuni casi i prezzi bassi sono anche una conseguenza del mancato rispetto degli standard internazionali di salvaguardia dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori. I dazi anti dumping sono una delle misure che l’Unione europea può adottare per contrastare l’importazione di questi prodotti».

Per capire la rilevanza in questo contesto dell’intricato rapporto Ue-Cina, basti pensare che il maggior numero delle circa 40 misure anti dumping e anti-sussidi mese in piedi dell’Unione europea sui prodotti dell’acciaio riguarda proprio le importazioni provenienti dalla Cina; al contempo, la Cina è il secondo partner commerciale dell’Unione europea dopo gli Stati Uniti, mentre l’Ue è il primo partner commerciale della Cina.

«Non si tratta di protezionismo ma di uno strumento che prende in considerazione la necessità di avere un libero mercato e allo stesso tempo considera il bisogno di condizioni più eque», è il commento arrivato dal relatore Salvatore Cicu (Italia), del Partito popolare europeo, al voto dell’Europarlamento.

Quel che è certo è che adesso, al primo punto delle proposte – non ancora esecutive – avanzate dagli eurodeputati per un appropriato calcolo dei dazi, c’è quello di tenere in considerazione gli standard «fiscali, sociali e ambientali» vigenti in quei paesi che vogliano esportare i loro prodotti in Europa. Ribaltando però il piano di lettura, è al contempo indispensabile che non sia l’Europa per prima – da anni coi remi in barca per quanto riguarda lo sviluppo sostenibile, quando fino a poco tempo fa veniva comunemente individuata come il faro globale della green economy – ad arretrare negli standard «fiscali, sociali e ambientali» delle proprie industrie. Senza investire in qualità e sostenibilità, dazi o meno, saranno comunque le prime ad essere inghiottite dalla marea della globalizzazione.