Ai raggi X il decreto del fare… poco, per fare qualcosa

[17 giugno 2013]

Al termine di un parto lungo quasi sei ore, il “decreto del fare” – così com’è stato ribattezzato il provvedimento dell’esecutivo – ha visto la luce, sobbarcato di aspettative che difficilmente riuscirà a soddisfare. Valutiamone le premesse alla luce delle dichiarazioni di Enrico Giovannini, ministro del Lavoro e uomo di punta del governo (che calerà in settimana il suo asso con un provvedimento sulle agevolazioni alle assunzioni dei giovani), al termine del vertice con i ministri di Germania, Francia e Spagna, tenutosi nei giorni scorsi.

«Guardiamoci in casa e concentriamoci su un fattore decisivo per far ripartire la crescita – afferma Giovannini al Corriere della Sera – Le aspettative. Quante imprese vorrebbero investire ma sono bloccate dalla difficoltà di ottenere credito e dall’incertezza sul futuro. Quante famiglie tra quelle che non sono state duramente colpite dalla crisi tengono però i cordoni della borsa chiusi in attesa di un cambiamento di clima». Letto in questi termini, certamente il primo sussulto del governo, questo “decreto del fare”, potrà contribuire ben poco a mutare un clima depresso, e non soltanto nelle proiezioni economiche del governo.

Per capirlo basta coglierne le premesse, stilate dal governo. Lo stesso presidente del Consiglio ha sottolineato, infatti, che «questo provvedimento – unitamente al disegno di legge in materia di semplificazioni che verrà discusso la prossima settimana in Consiglio dei ministri – ha come base le 6 Raccomandazioni rivolte all’Italia dalla Commissione europea il 29 maggio 2013 nel quadro della procedura di coordinamento delle riforme economiche per la competitività (“semestre europeo”)». È chiaro dunque che questo decreto legge non rappresenta affatto una svolta, sebbene qualcosa di buono indubbiamente contenga.

Alcuni degli interventi più significativi piovono sulle infrastrutture, con «3 miliardi di euro e con una ricaduta prevista a livello occupazionale di circa 30mila nuovi posti di lavoro (20mila diretti, 10 mila indiretti)». Non si tratta di risorse fresche, ovviamente, ma prendendo a prestito e cambiando indirizzo a fondi già stanziati per opere come la linea Tav Torino-Lione, in favore di opere immediatamente cantierabili. In particolare, risulta apprezzabile l’attenzione dedicata al miglioramento della rete ferroviaria (stanziando 300 milioni di euro), l’investimento straordinario di edilizia scolastica (finanziato dall’INAIL fino a 100 milioni di euro per ciascuno degli anni 2014-2016), e il programma “6.000 campanili”: 100 milioni di euro per 200 interventi nei comuni sotto i 5.000 abitanti coinvolgendo il tessuto delle piccole e medie imprese.

Da evidenziare anche il rilancio dell’Agenda digitale, l’istituzione di un “Fondo di garanzia per i grandi progetti” con una dotazione di 50 milioni per il 2013 e il 2014 a Sostegno ai grandi progetti di ricerca e innovazione industriale, la prevista assunzione di 1.500 docenti universitari e 1.500 nuovi ricercatori in (con una spesa prevista di 25 milioni nel 2014; 49,8 nel 2015).

Prosegue inoltre sulla strada della diminuzione dei costi anche la decisione di beneficiare di una riduzione della bolletta energetica gli italiani, con «modalità di determinazione delle tariffe concesse agli impianti in regime Cip6», e un inasprimento della Robin Tax che – complessivamente – porteranno ad un risparmio stimato di 550 milioni di euro l’anno. Meno incoraggiante è l’effetto che questo potrebbe comportare anche alle industrie delle energie rinnovabili, con «APER e Assosolare – si legge in una loro nota congiunta – che ritengono inammissibile l’ipotesi, purtroppo sempre più probabile, che il Governo inasprisca ulteriormente la fiscalità per le attività di produzione di energia da fonti rinnovabili, con un aumento della cosiddetta “robin tax”».

Molto dipenderà dalle modalità con le quali infine sarà applicato, tale inasprimento. Per saperlo dovremo però attendere che il decreto passi dalle forche caudine che probabilmente incontrerà nell’iter parlamentare. Dalla stesura del decreto legge alla ratifica definitiva molto infatti può ancora cambiare, ed un provvedimento deciso solo su carta può in realtà ben poco.

In realtà, anche se tutto filasse liscio come nei piani del governo, rimane fallace l’impostazione di fondo, fortemente limitante e riassunta ancora una volta dal ministro Giovannini con una battuta: «Non è che domani mattina possiamo decidere di mettere 10 miliardi su un determinato intervento e sfondare così il tetto del 3%». Eccolo lì, dunque. Quella pastoia che ci siamo autoimposti, grazie al dogma dell’austerità che dal nord Europa è sceso su di noi, e noi abbiamo abbracciato, blocca ancora l’affermarsi di qualsiasi azione che possa davvero garantire un «cambiamento di clima». Il “decreto del fare”, pur con tutte le buone intenzioni da solo può fare ben poco.