Zanchini (Legambiente): «Scelta profondamente sbagliata»

Il dibattito pubblico in Italia non piace dove più servirebbe: sull’energia

La bozza di decreto che lo introduce esclude impianti energetici (gasdotti, oleodotti, trivelle, nucleare)

[18 dicembre 2017]

Tra gli importanti debutti previsti nel nuovo Codice degli appalti (D.lgs 50/2016) il dibattito pubblico ricopre di diritto un ruolo primario: obbligatorio per le grandi opere da almeno 200-500 milioni di euro, se richiesto dalle amministrazioni centrali, da quelle locali o da un numero congruo di cittadini (50mila le firme richieste), il dibattito pubblico in salsa italiana nasce per incanalare ogni nuova grande opera in un canale di confronto con tutti gli stakeholder interessati dal progetto; lo scopo è quello di comunicare con chiarezza gli scopi dell’opera e del proponente, vagliare le posizioni in campo e provare a ricomporre le fratture tra favorevoli e contrari prima che nascano. Scopo nobile, data la crescente difficoltà a concretizzare gli investimenti sul territorio per impianti di ogni tipo, anche a causa delle contrarietà locali. Eppure lo strumento del dibattito pubblico rischia di nascere zoppo in partenza.

Come denunciano da Legambiente, la bozza di decreto che disciplina il dibattito pubblico in Italia contiene una sorpresa: dal testo sono infatti esclusi tutti gli impianti energetici, gasdotti e oleodotti, trivelle, come centrali chimiche e impianti nucleari, mentre rimangono le infrastrutture. Verrebbe così di fatto stravolto il senso della procedura, mutuata dall’esperienza francese, nata con l’obiettivo di rendere finalmente trasparente il confronto con i territori sulle opere pubbliche attraverso una procedura che permettesse di informare e far partecipare le comunità coinvolte, attraverso garanzie sul coinvolgimento, risposte adeguate e tempi chiari.

«È una scelta profondamente sbagliata – commenta Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – Chiediamo al ministro Calenda e alle Regioni di tornare su questa decisione, perché solo la trasparenza sulle scelte e il confronto con il territorio possono portare a scegliere le opere davvero utili nei territori e a costruire il consenso indispensabile alla loro realizzazione. La politica non scappi di fronte ai territori, la fuga non è una soluzione anche nei confronti di Tap o della Tav, come degli altri interventi grandi e piccoli».

Soprattutto, la strada imboccata dalla bozza di decreto sul dibattito pubblico sembra la migliore per depotenziare uno strumento rilevante proprio sul versante dove sarebbe più richiesto. L’ultimo rapporto pubblicato dall’Osservatorio Nimby forum documenta infatti come siano proprio le opere energetiche quelle più contestate nei territori italiani: nel 2016 il 57,6% delle contestazioni ha infatti il comparto energetico. E non si parla soltanto di trivelle e petrolio, anzi. Nel 75,4% dei casi a finire nel mirino del No a tutti i costi sono gli impianti alimentati da fonti rinnovabili: paradossalmente è ormai la green economy il primo bersaglio dei Nimby italiani. Un ostacolo gigantesco alla crescita dell’economia verde nel Paese, per superare il quale il dibattito pubblico viene visto con favore anche dal Nimby forum. Ma non dalle istituzioni, a quanto pare. Non sarebbe il primo errore in attuazione del Codice degli appalti (dei 220 articoli della prima versione approvata nel 2016, 131 sono stati modificati nel 2017), ma sul dibattito pubblico c’è ancora la possibilità di rimediare prima che la frittata sia fatta.

«Il dibattito pubblico – conclude Zanchini – è uno strumento fondamentale non solo per informare i cittadini  ma anche per costruire un confronto sull’utilità e l’impatto delle opere che vengono proposte nel nostro Paese. Ed è tanto più importante oggi che abbiamo bisogno di spingere e di creare consenso su una transizione incentrata sulle fonti rinnovabili e su impianti capaci di spingere l’economia circolare nel nostro Paese».

L. A.