Disaccoppiamento, la svolta a metà: il Pil mondiale cresce, la CO2 no. Ma non c’è solo l’energia

L’uso delle risorse naturali è decuplicato dal 1900 a oggi, raddoppierà ancora al 2030. E l’Italia?

[16 marzo 2015]

«Per la prima volta, le emissioni di gas serra sono disaccoppiate dalla crescita economica». Fatih Birol, il capoeconomista dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), ha ufficializzato una notizia attesa da tempo: per la prima volta in 40 anni, l’economia globale è cresciuta – e ben del 3%, a dispetto della prospettiva europea e soprattutto italiana – e al contempo le emissioni di CO2 sono rimaste invariate al livello del 2013, ovvero a quota 32,3 miliardi di tonnellate. Una cifra che rimane monstre, ma che segna un rilevante cambio di tendenza.

Da quando la Iea raccoglie dati sulle emissioni di gas serra globali, soltanto tre volte ha registrato un anno in cui queste non sono cresciute (o addirittura sono scese) rispetto ai dodici mesi precedenti: nel 1980, nel 1992 e nel 2009. In tutti questi casi il motivo era da ricercarsi nella debolezza della crescita economica nel mondo. Stavolta, invece, secondo la Iea alla base di questo risultato ci sono concause diverse; soprattutto, cambiamenti nei modelli di consumo dell’energia nei paesi Ocse e in Cina. Nel gigante asiatico la crescita del Pil è in calo – anche se veleggia ancora attorno al 6-7% –, e al contempo la produzione di energia da rinnovabili cresce insieme all’efficienza energetica, mentre cala il consumo di carbone. Al contempo, dall’altra parte dell’Oceano Pacifico, la rivoluzione del fracking ha esposto gli Usa (che insieme alla Cina rimangono i più grandi inquinatori al mondo) a inediti e importanti impatti ambientali, ma sul fronte della composizione dei consumi energetici l’impatto è stato positivo. Si brucia più gas e, di nuovo, meno carbone, contribuendo così al calo delle emissioni di CO2 nell’atmosfera.

«Questo mi fa sperare che l’umanità sia in grado di lavorare insieme per combattere il cambiamento climatico, la minaccia più importante che dobbiamo affrontare oggi», ha commentato con ottimismo Birol, ma i dati Iea – per quanto indubbiamente positivi – rappresentano una svolta solo a metà. È infatti ancora presto per sapere se si confermeranno in un 2015 dove la crescita globale sembra annunciarsi più robusta e i prezzi dei prodotti energetici sono in picchiata (il petrolio ha toccato i minimi dal 2009); senza dimenticare che le stime Iea guardano solo a un aspetto del problema – le emissioni di gas serra, appunto. I consumi di risorse naturali rimangono fuori dal calcolo, ma questo non significa che non continuino a rappresentare la base stessa della nostra attività economica.

Ogni anno l’economia umana lavora rocce e terre per quantità oscillanti tra le 50 e i 60 miliardi di tonnellate – il triplo di quelle che tutti i fiumi del mondo portano al mare -, e ne sposta “involontariamente” altre 80. A livello globale, l’uso delle risorse ha subito un’accelerazione continua dal 1900 a oggi, decuplicando; da qui al 2030 si stima che tale utilizzo raddoppierà ancora.

L’Asia consuma ormai il 57% di queste risorse, mentre Usa e Ue sono scese entrambe al 10%; questo non significa però che il nostro ruolo sia residuale, visti anche gli alti impatti procapite che ci caratterizzano. Sulla produttività delle risorse si giocherà anzi in gran parte la possibilità dell’Europa e dell’Italia di competere anche in futuro sui mercati globali.

Ci sono due tipi di target cui far riferimento: il disaccoppiamento relativo e quello assoluto. Nel primo caso la pressione sull’ambiente cresce più lentamente del Pil, ma comunque avanza; il disaccoppiamento assoluto riguarda invece l’eventualità di un aumento dell’attività economica a fronte di impatti ambientali stabili o in declino. Da questo punto di vista, il disaccoppiamento tra crescita e consumo di risorse naturali è un obiettivo verso il quale rimane molto da lavorare.

La produttività delle risorse è migliorata in Europa, passando da 1,34/kg nel 2000 a 1,73/kg nel 2012, e l’indice di domestic material consumption (DMC) è sceso da 7,6 miliardi di tonnellate a 6,8, ma questo – secondo l’ultimo Rapporto ambientale dell’Unione europea – è dovuto in gran parte agli effetti della crisi economica: «Non ci sono prove – si legge – che l’uso delle risorse in Europa sia disaccoppiato dalla crescita economica in termini assoluti». La svolta globale registrata dalla parigina Iea per i gas serra non valgono dunque anche per il consumo di risorse naturali, neanche guardando alla relativamente virtuosa Europa.

E l’Italia? La crescita economica sta a zero, ma le emissioni sono in calo. Al contempo la nostra produttività delle risorse (2,3 euro/kg) è maggiore della media europea, ma al contempo importiamo la quasi totalità delle nostre risorse minerarie, per non parlare dei combustibili fossili. Il disaccoppiamento assoluto non è per il nostro Paese una chimera ambientalista, ma un fattore di sopravvivenza economica, e sarebbe finalmente giunto il momento di parlarne in termini di politiche industriali.