Disastro acque reflue, in Italia «758 agglomerati violano diverse norme della direttiva Ue»

La Commissione europea attacca: «L'Italia non è conforme da ormai oltre 10 anni». Oggi l’ultimo avvertimento

[17 maggio 2017]

Se per le 44 discariche italiane «non conformi» secondo il diritto comunitario la frittata ormai è fatta, con l’Italia appena deferita dalla Commissione europea alla Corte di giustizia Ue, per quanto riguarda la (mala)gestione delle acque reflue urbane è probabilmente solo questione di tempo. Da Bruxelles è arrivato oggi un nuovo “parere motivato”, l’ultimo prima che il nostro Paese venga di nuovo rinviato a giudizio. «L’Italia dispone ora di due mesi per porre rimedio alla situazione», osservano dalla Commissione, ma è improbabile che ci riesca dopo aver fallito per «oltre 10 anni».

Il riferimento, dettagliano dalla Commissione europea, è alla direttiva 91/271/CEE del Consiglio. Lo Stato italiano ad oggi ancora «non garantisce che tutti gli agglomerati con più di 2 000 abitanti dispongano di adeguati sistemi di raccolta e trattamento delle acque reflue urbane secondo quanto disposto dalla normativa dell’Ue». In particolare la Commissione europea ritiene che «758 agglomerati in 18 diverse regioni o province autonome con più di 18 milioni di abitanti (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Trento, Umbria, Valle d’Aosta e Veneto) violino diverse norme della direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane».

«Questo ulteriore parere motivato – argomentano da Bruxelles – offre all’Italia la possibilità di inviare informazioni aggiornate sui progressi compiuti in tutti gli agglomerati e tutte le zone sensibili di cui il paese ha riconosciuto la non conformità e di presentare ulteriori chiarimenti su tutti i casi dichiarati conformi, ma che in base alle informazioni raccolte dalla Commissione non lo sono. L’Italia non è conforme da ormai oltre 10 anni. Questa situazione presenta rischi significativi per la salute umana e l’ambiente in un numero elevato di agglomerati».

Producendo nel mentre non pochi paradossi. Nel 2014 – anno al quale sono attualmente fermi i più aggiornati dati Ispra – a fronte di oltre 130 milioni di tonnellate di rifiuti speciali prodotti nel Paese una quota pari al 30,9% è quella che fa capo al Codice CER 19, ovvero principalmente «rifiuti prodotti dagli impianti di trattamento dei rifiuti e delle acque reflue e da quelli di potabilizzazione dell’acqua e della sua preparazione per uso industriale». Come dovrebbe essere noto infatti, ogni processo di riciclo – in quanto processo industriale – produce a sua volta rifiuti, che nel caso delle acque reflue urbane è ben difficile “ridurre” a meno di non voler irreggimentare l’accesso ai water da parte della popolazione. Difatti, nel 2014 i rifiuti appartenenti al Codice CER 19 hanno mostrato «un significativo aumento pari all’11% circa rispetto al 2013, corrispondente in termini quantitativi a quasi 4 milioni di tonnellate». “Rifiuti da rifiuti” che troppo spesso ci rifiutiamo di gestire in modo sostenibile (ovvero tramite impianti industriali dedicati), come da ultimo mostra «l’emergenza» fanghi denunciata in Toscana dagli stessi gestori del servizio idrico integrato, e deflagrata per sommo paradosso a partire dall’inchiesta sui rifiuti speciali scattata lo scorso settembre.

L. A.