Le esternalità negative sono pari al 3,1% del Pil dell’Italia

(Dis)economia italiana: 50 miliardi di euro all’anno di danni ambientali e sanitari

[5 novembre 2013]

Secondo uno studio della società di ricerca e consulenza economica Ecba project, «Ammontano a quasi 50 miliardi di euro all’anno i danni ambientali e sanitari delle attività di imprese e famiglie».

I primi risultati dello studio, pubblicati su Nuova Energia, il bimestrale dello sviluppo sostenibile, riportano la stima complessiva dei costi esterni ambientali per il 2012. «Secondo un primo livello di disaggregazione dei settori dell’economia italiana (settori produttivi e famiglie) – spiegano all’Ecba –  e che propone un insieme di indicatori, individuati con un approccio Environmental Cost-Benefit Analysis (Ecba), finalizzato a fornire dati sistematici integrando le tre dimensioni principali dello sviluppo sostenibile: quella ambientale, sociale ed economico-finanziaria».

Secondo Andrea Molocchi, partner di Ecba Project e co-autore dello studio, la principale innovazione di questa metodologia di analisi «E’ di poter finalmente disporre di un indicatore che rapporta alla ricchezza creata da un’attività economica in un dato anno quella distrutta esternamente dalla stessa attività, e che quindi esprime anche l’efficienza di un’economia nella prevenzione dei danni ambientali: un indicatore unificante che finora è mancato nell’impostazione delle politiche, ambientali e di sviluppo».

Ecba Project ha calcolato i costi esterni ambientali riguardanti le emissioni in atmosfera dell’economia nazionale nel 2012 e dice che  ammontano a 48,3 miliardi di euro e «Considerato che il Pil del 2012 è stato di 1.566 miliardi di euro ai prezzi correnti, e le esternalità complessive di imprese e famiglie pari a 48,3 miliardi, l’incidenza delle esternalità sul Pil è pari al 3,1%. Il comparto con maggiori costi esterni ambientali è quello delle famiglie, con 15,2 miliardi di euro (31%), seguito dall’industria con 12,9 miliardi (27%), dall’agricoltura, silvicoltura e pesca con 10,9 miliardi (23%) e dai servizi con 9,4 miliardi (19%)».

Lo studio evidenzia  «I danni ambientali e sanitari dei veicoli di trasporto delle famiglie (7,8 miliardi), degli impianti di riscaldamento delle stesse (7,2 miliardi) e dell’industria manifatturiera (7,1 miliardi). Elevati anche i costi esterni dei servizi di trasporto e logistica (3,9 miliardi), del settore dell’energia elettrica e del gas (3,7 miliardi) e del commercio (3,1 miliardi)».

Secondo Ecba Project i fattori che incidono di più sono ben individuabili, anche per quel che riguarda gli effetti su ambiente e salute: «Il 27% dei costi è dovuto ai gas ad effetto serra, ben il 72% ai principali inquinanti atmosferici e meno dell’1% alle emissioni di metalli pesanti. Il fattore di emissione più impattante è il particolato fine (PM2,5) con 17,1 miliardi di euro di costi esterni (35% del totale), interamente ascrivibili ad effetti sanitari (per malattie respiratorie e mortalità a lungo termine), seguito dall’anidride carbonica (CO2), principale responsabile dei cambiamenti climatici di origine antropogenica, con 11,2 miliardi di costi esterni (23%), e dagli ossidi di azoto (NOx) con 8,3 miliardi(17%). In quest’ultimo caso i costi esterni sono dovuti principalmente agli effetti sanitari associati alla formazione indotta di particolato secondario e, per la parte restante, agli effetti di riduzione della biodiversità dovuti al fenomeno dell’eutrofizzazione dei suoli, sempre attraverso le emissioni di NO.

Un altro autore dello studio, Donatello Aspromonte, anche lui partner di Ecba Project, conclude: «Il primo obiettivo della valutazione dei costi esterni ambientali è proprio quello di misurarli. Poi ci sono tutte le applicazioni operative, come la politica fiscale in attuazione del principio “chi inquina paga”, la razionalizzazione dei sussidi e degli incentivi o le nuove forme di tariffazione dei trasporti. Ma la più importante è l’autonoma diffusione della valutazione delle esternalità nelle attività di mercato: già oggi molte imprese sono impegnate lungo un percorso di responsabilità sociale e anche stakeholders come banche e fondi d’investimento stanno capendo che la fiducia dei risparmiatori è riposta nei soggetti che hanno una politica di investimento responsabile, orientata ad uno sviluppo più sostenibile. Oggi valutare i costi esterni ambientali è un’esigenza imprescindibile: per le banche per essere attrattive, per le imprese per rimanere competitive».