Disuguaglianza, 5mila italiani sono ricchi il doppio della metà più povera della popolazione

E l’introduzione della flat tax prevista nel contratto di governo M5S+Lega non farà che peggiorare la situazione: a trarne beneficio saranno le «2 milioni di famiglie più ricche»

[23 maggio 2018]

Com’è sopravvissuta l’Italia alla grande recessione, e a quale prezzo? Per rispondere a questa domanda Eurispes e Universitas Mercatorum (l’Università delle Camere di Commercio italiane) hanno pubblicato oggi lo studio Povertà, disuguaglianze e fragilità in Italia. Riflessioni per il nuovo Parlamento indagando alcuni fenomeni “indicatori” del disagio nazionale, dalla diffusione del lavoro sommerso al precariato, dalle difficoltà nel sostenere le spese mediche all’usura, all’andamento dei consumi.

Da quest’analisi che se l’Italia è rimasta a galla nonostante un decennio di crisi molto lo si deve alla tradizionale “scappatoia” nazionale, quella dell’economia sommersa, che si calcola abbia generato a partire dal 2007 almeno 549 miliardi di euro l’anno: una cifra monstre (e un rilevante ammanco per le casse dello Stato) derivante per il 54% dal lavoro sommerso, per il 28,4% dall’evasione fiscale da parte di aziende e imprese e per il 16,9% dalla cosiddetta economia informale. Si tratta di un dato che aiuta a percepire una realtà nazionale ancora molto difficile e spesso caratterizzata da un marcato pessimismo, alla quale però si accompagno segnali che indurrebbero a pensare a un’Italia in faticosa risalita. È il caso dei consumi, in lenta ripresa: benché nel 2017 gli italiani abbiamo continuato a risparmiare su alcune spese rispetto al 2016, la serie storia elaborata da Eurispes dal 2010 al 2017 dimostra che stiamo lentamente tornando alla situazione di 7 anni fa. Ma non è tutto oro quel che luccica, come tengono a sottolineare dall’Istituto di ricerca. Quella in corso è una (lenta) ripresa economica profondamente segnata dalla disuguaglianza.

«Si può oggi parlare di una società dei “tre terzi” – spiega il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara – Un terzo super garantito da livelli di reddito di gran lunga più elevati di quelli sperimentati nel recente passato, non solo in assoluto, ma anche se confrontati con la media e soprattutto con i redditi più bassi. Al contrario, sopravvive, a stento, il terzo degli esclusi, che non solo non si è ridotto ma che ha visto svanire la propria speranza di riscatto e confermata la condanna all’esclusione. Ma la novità degli ultimi anni è rappresentata oggi dal terzo intermedio che si colloca fra gli altri due: fra loro possiamo trovare gli elementi più attivi e più dinamici della società civile. Ma essi sono diventati tutti a rischio di povertà».

Il curatore dell’indagine Alberto Baldazzi aggiunge una parziale spiegazione dell’aumento di persone in difficoltà, che «discende dalla considerazione dell’assorbimento nel ceto medio di quote non indifferenti di quella che una volta era la working class. Questa sotto sezione del ceto medio non ha fatto in tempo a creare rilevanti riserve e valori patrimoniali, e la sua condizione è legata principalmente alla stabilità del lavoro. I dati più recenti dimostrano che proprio in Italia gli anni della crisi hanno squilibrato, più che in altri Paesi, il quadro della distribuzione della ricchezza e, conseguentemente, ampliato il rischio povertà».

Per avere una dimensione più precisa di questa disuguaglianza è utile dare un’occhiata a quanto emerso ieri nel corso del seminario organizzato dal Forum disuguaglianze diversità e dall’ASviS, l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile che ha appena aperto il proprio Festival 2018.

In questo contesto è emerso che la quota di ricchezza netta personale detenuta dal percentile più ricco della popolazione adulta (top 1%) è cresciuta in Italia da circa il 16% nel 1995 al oltre il 25% nel 2014. Un balzo in avanti straordinario, che ha però lasciato indietro moltissimi italiani. Basti pensare che nel 2008 i 5.000 italiani più ricchi possedevano circa il 2% della ricchezza privata del Paese, mentre nel 2014 ne agguantavano circa il 10%. Si tratta di una quota doppia, oggi, della ricchezza (circa 5%) posseduta dalla metà più povera della popolazione italiana: in altre parole se ordiniamo in maniera crescente da 0 a 100 la popolazione rispetto ai suoi livelli di ricchezza, e se sommiamo la ricchezza del primo 50% (quindi il 50% che ne detiene meno) arriviamo al 5% della ricchezza totale.

Perché questo straordinario aumento della disuguaglianza? La concentrazione della ricchezza privata – come spiegano dal Forum – ha sempre molteplici cause: alcune connesse a capacità imprenditoriali o propensioni al risparmio, quando esse sono davvero libere di manifestarsi (non dimentichiamo questo “dettaglio”); altre connesse al contesto famigliare e territoriale di nascita, che pesa sulla ricchezza stessa, sul potere e sulle conoscenze. In questa seconda categoria, domina la persistenza delle condizioni di partenza, non giustificabile da argomentazioni relative alla produttività o all’utilità sociale.

Come spiegato solo pochi giorni fa anche dall’Istat, nel caso italiano svolgono un ruolo assai rilevante le eredità ricevute in vita: il fatto di riceverne o no (il 60% circa della popolazione non ne riceve affatto) e la loro entità. Chi eredita ha una probabilità assai superiore agli altri di appartenere alle fasce massime di ricchezza.

Questa persistenza nella distribuzione della ricchezza, indipendente dalle “tue” capacità e dal “tuo” impegno, fa sì che circa la metà della distanza di ricchezza fra due persone permarrà fra i loro figli, indipendentemente, si intende, dalle loro capacità. E fa sì che al vertice della scala della ricchezza si stia rafforzando un gruppo chiuso di famiglie, con una chiara deriva oligarchica simile a quella del capitalismo di inizio ‘900, o “capitalismo patrimoniale”, come lo definisce Piketty.

Se questi sono dati di fatto, è indispensabile sottolineare che non costituiscono una realtà immutabile: l’aumento della disuguaglianza non è inevitabile, ma il risultato di scelte politiche. E da questo punto di vista è necessario sapere che una delle politiche che spicca tra i fondamenti del contratto di governo stipulato dal M5S e dalla Lega, ovvero l’introduzione della cosiddetta flat tax, non farà che aumentare ulteriormente la disuguaglianza a discapito della popolazione più povera: «la cosiddetta semplificazione e riduzione delle aliquote fiscali per le persone oggi prefigurata – sottolineano infatti dal Forum disuguaglianze diversità – accrescerà le disuguaglianze nella distribuzione del reddito, beneficiando circa 2 milioni di famiglie più ricche».