Nel solo ‘900 la popolazione mondiale si è moltiplicata per 4, il consumo di energia per 8 e quello di risorse per oltre 12 volte

Dopo dieci anni di green economy la politica italiana è ancora un’interprete immatura

Ronchi: «Tenere conto delle future generazioni che non votano e di problematiche che vanno oltre i pochi anni delle legislature è questione non semplice per la politica, specie quando è carente di ciò che la rende preziosa e di qualità: le grandi visioni e i forti valori di riferimento»

[10 maggio 2018]

Esattamente dieci anni fa l’Onu lanciava, attraverso il suo programma per l’ambiente – l’Unep – la sua prima iniziativa sulla green economy: un’economia verde è quella capace di migliorare il benessere umano e l’equità sociale, riducendo al contempo rischi e scarsità ecologiche, e la sua nascita sembrava allora ambiziosa ma tutt’altro che impossibile. Era sempre l’Unep nel 2011 a spiegare che per raggiungere l’obiettivo sarebbero stati necessari investimenti pari al 2% del Pil globale ogni anno, allora stimati in circa 1.300 miliardi di dollari. Da allora di passi in avanti ne sono stati compiuti, ma forse altrettanti anche all’indietro e il bilancio finale rimane ancora sospeso sul filo del rasoio.

«In un solo secolo, il novecento – ha spiegato infatti Edo Ronchi aprendo il “Meeting di Primavera” della sua Fondazione per lo sviluppo sostenibile, nata anch’essa dieci anni fa –  la popolazione mondiale è quadruplicata, i consumi di energia sono cresciuti di circa 8 volte e quelli di materiali di oltre 12; i combustibili fossili accumulati in milioni di anni, bruciando in breve tempo e in grande quantità, hanno generato volumi enormi di anidride carbonica che stanno cambiando il clima. Così non si può andare avanti. L’ attuale sviluppo, così com’è, non va; qualche  passo nella giusta direzione è stato compiuto, ma si è fatto ancora troppo poco e in modo troppo lento e tortuoso, a volte perfino contradditorio. E il  tempo non è una variabile irrilevante per le dinamiche in atto di questa crisi di portata epocale».

Che fare quindi? Il nuovo saggio dell’ex ministro dell’Ambiente (La transizione alla green economy, edizioni Ambiente) sottolinea che in una società in cui le risorse diventano sempre più scarse e distribuite in modo disuguale c’è bisogno di una nuova narrazione, di una storia positiva, che può essere interpretata solo dalla green economy, un’economia che assicuri uno sviluppo umano, capace di futuro e quindi sostenibile, migliorando la qualità della vita in uno spazio ecologico limitato attraverso una crescita qualitativa e quantitativamente selettiva.

Per raggiungere questo obiettivo Ronchi individua tre pilastri della green economy: tutela del clima e della biosfera (senza dimenticare che i costi della crisi climatica ed ecologica in corso hanno già raggiunto un’enorme rilevanza economica, mentre le risorse messe in campo per contrastarla sono irrisorie); circolarità delle risorse (puntando a disaccoppiare il livello del consumo di risorse da quello delle attività economiche, obiettivo ancora lontano anche in Italia); benessere inclusivo e di migliore qualità, sostituendo il consumismo con una migliore qualità dei consumi (un trend cui le giovani generazioni si approccerebbero già volentieri, avessero le risorse economiche per farlo).

I fattori che potrebbero accelerare la transizione verso la green economy, secondo Ronchi, sono quattro: le politiche pubbliche, in particolare quelle fiscali; l’eco-innovazione, la finanza verde e l’iniziativa delle imprese green. Da parte sua però la politica stenta ad assumere la green economy tra le sue priorità, sarebbero necessarie invece politiche pubbliche in grado di internalizzare i costi esterni con strumenti economici quali tasse, imposte, tariffazioni, incentivi, disincentivi ecc. in grado di orientare lo sviluppo.

Certo, alcune eccezioni fortunatamente esistono. Ne sono una dimostrazione pratica gli incentivi per la riqualificazione energetica e per il recupero edilizio che in diciotto anni, dal 1998 al 2016, hanno portato  237 miliardi di euro in investimenti in Italia, con un impatto positivo anche sul lavoro stimato dal Cresme per il 2016 in 419mila posti tra diretti e indotto. Sullo stesso solco si muove la proposta di legge avanzata da Rossella Muroni, ex presidente di Legambiente e oggi parlamentare LeU, per l’introduzione di una carbon tax e la promozione dell’autoproduzione energetica  attraverso la “Istituzione di un contributo ecologico sulle emissioni di anidride carbonica e delega al Governo per la revisione del sistema tributario in base a principi di tutela dell’ambiente. Semplificazione e delega al Governo in materia di produzione, autoproduzione e impiego di energia da fonti rinnovabili” (A.C, 415). Ma si tratta ancora di mosche bianche.

«Il salto culturale, di visione, richiesto da questa transizione – osserva Ronchi – è piuttosto impegnativo e non è affatto una passeggiata per le culture politiche contemporanee. Tenere conto delle future generazioni che non votano e di impegni e problematiche che vanno oltre il temine dei pochi anni delle legislature è questione non semplice per la politica, specie quando è carente di ciò che la rende preziosa e di qualità: le grandi visioni e i forti valori di riferimento».