Sarà presentata lunedì 28 ottobre al Parlamento

E se l’Italia dicesse no alla obsolescenza programmata? Pronta proposta di legge

Si vuole invertire la rotta di una tendenza che domina l’economia già da cent’anni

[23 ottobre 2013]

Correva l’anno 1924, e l’idea della obsolescenza programmata si accende come una lampadina nella mente degli spiriti animali del capitalismo: il cartello Phoebus – che per l’appunto riuniva produttori di lampadine, anche italiane – decise che i bulbi luminosi duravano troppo a lungo per poterci guadagnare sul serio. La logica conseguenza fu imporne un limite artificioso alla durata. Superato quello, la lampadina si sarebbe bruciata e avrebbe dovuto essere ricomprata.

Col passare degli anni, l’obsolescenza programmata è diventata un cardine imprescindibile del modello economico dominante. La naturale usura degli oggetti viene accelerata da veri e propri interventi sul ciclo vitale dei prodotti quanto da una sostanziosa enfasi pubblicitaria sul continuo ricambio della moda, «malattia della mente umana», come la chiamò l’abate Fernando Galiani nel suo Della moneta già nel 1750. Adesso nel Parlamento italiano sembra accendersi una lampadina uguale e contraria a quella che scintillò alla Phoebus: all’obsolescenza programmata è ora di mettere un freno.

Il prossimo lunedì sarà presentata alla stampa una proposta di legge titolata Disposizioni per il contrasto dell’obsolescenza programmata dei beni di consumo (in allegato la sintesi, ndr), firmatario il deputato Sel Luigi Lacquaniti. Scopo della legge, si legge nel documento, è «quello di combattere l’obsolescenza programmata dei beni di consumo per: tutelare il consumatore da una pratica particolarmente odiosa qual è l’obsolescenza programmata; permettere una reale e leale concorrenza di mercato; attivare conseguentemente la creazione di posti di lavoro legati alle pratiche di manutenzione e riparazione dei beni di consumo».

Il tentativo italiano segue così una simile iniziativa che ha avuto luogo in Oltralpe, dove i cugini francesi hanno dedicato un disegno di legge proprio al contrasto dell’obsolescenza programmata. Tra le peculiarità della proposta di Lacquaniti è che riguarda al momento solo i beni di consumo «funzionanti tramite energia». Una limitazione che appare invalidante, ma pur con questi paletti la proposta di legge – se uscisse vincitrice dall’iter parlamentare e venisse effettivamente applicata – racchiuderebbe comunque all’interno della propria giurisprudenza una platea vastissima di oggetti. Senza dimenticare che un recente report commissionato in Germania dal gruppo parlamentare tedesco Verdi-Bündnis90 ha individuato proprio negli elettrodomestici pesanti interventi di obsolescenza programmata.

Tra le novità più interessanti contenute nella pdl di Lacquaniti si prevede, per contrastare il fenomeno dell’obsolescenza programmata, la proroga della garanzia da 2 a 5 anni, assicurando un minimo di 10 anni per quei beni per i quali è ragionevole attendersi «una lunga aspettativa di vita (ad esempio: frigoriferi, lavatrici, forni, automobili ecc.)». Introduce un obbligo di fornitura per garantire la possibilità di manutenzione dell’oggetto, la disponibilità delle informazioni per le riparazioni e che «le regioni favoriscano e incentivino corsi per la formazione di giovani che intendano specializzarsi nella riparazione dei beni di consumo oggetto della presente».

A garanzia dell’applicazione, la proposta include a coda «una serie di sanzioni, da 1.000 a 500.000 euro a seconda delle inosservanze alla legge riscontrate. Le sanzioni dovranno essere determinate tenendo in considerazione il prezzo di listino del bene, il numero di unità poste in vendita nonché il complessivo volume d’affari del produttore». Particolare importante, «ai fini della responsabilità la legge – si precisa nella pdl – viene equiparato l’importatore al produttore. L’applicazione della norma da parte del produttore non avrà costi a carico del consumatore».

Si tratta di un proposta articolata e di complessa attuazione – e un’economia ormai globalizzata in questo certo non aiuta – ma di sicuro interesse per quanto riguarda la tutela del consumatore e i positivi risvolti ambientali che comporterebbe, con una riduzione delle risorse impiegate nei processi produttivi (ridotto l’output) ancor prima che i rifiuti, ma anche una conseguente diminuzione dei relativi livelli occupazionali che andrebbe governata compensandola su altri settori – primo tra tutti la manutenzione.

Soprattutto, si tratta di una legge che riguarda un profondo cambiamento non solo nel sistema produttivo, ma anche in quello delle abitudini e dei valori del cittadino moderno. Un cambiamento, in sostanza, innanzitutto di stampo etico. Dopo un secolo di obsolescenza programmata, sembra comunque che qualcosa cominci a cambiare nella sensibilità del legislatore. Rimane solo da sperare che la spinta innovativa non si consumi prima di giungere alla meta. Di certo non saremo noi a programmarne l’obsolescenza.