Aperta a Rimini la XX edizione della kermesse verde

A Ecomondo eccellenze senza regia: chi guida la green economy italiana?

Performance da podio, che nessuno però percepisce. Senza chiarezza chi investe?

[8 novembre 2016]

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Apre col botto la XX edizione di Ecomondo, come sempre a Rimini, ospitando per la quinta volta di fila anche gli Stati generali della green economy con la presentazione della relazione sullo stato della green economy, che ha come titolo “L’Italia in Europa e nel mondo”.

Il documento, già diffusamente discusso durante l’anteprima romana di fine ottobre, sostiene che «la  green economy italiana – anche se non priva di debolezze – nel complesso si colloca ad un sorprendente 1° posto» tra quella delle cinque principali economie europee (oltre all’Italia, Germania, Regno Unito, Francia e Spagna), ma allo stesso tempo sottolinea la presenza di un «dato estremamente negativo rispetto a tutti gli altri grandi Paesi europei», ovvero «il basso livello della percezione della green economy italiana a livello internazionale, che ci vede precipitare complessivamente al 29° posto» a livello internazionale.

Si accostano così risultati che appaiono eccezionali, che non vengono però percepiti come tali nel mondo. Ad esempio, si legge nella relazione, nella «Ue28 il consumo interno dei materiali (Dmc), in termini di volume, è passato da 7,55 miliardi di tonnellate (Gt) nel 2000 a 6,64 nel 2014, con una riduzione del 12%», mentre in Italia «nel 2014 il Dmc è arrivato a 503 Gt, -47% rispetto al 2012 (948 Gt)». Refuso a parte (il calo del 47% è riferito rispetto al 2000, non il 2012), e anche tenendo in conto il determinante contribuito arrivato dalla crisi economica (che ha tagliato del 25% circa la produzione industriale italiana) la performance evidenziata rimane stupefacente: a fronte di un Pil praticamente fermo da inizio millennio, il consumo interno dei materiali riporta un calo di quasi il 50%. Secondo i dati elaborati dalla relazione, da primato è anche il riciclo dei rifiuti speciali (Italia al primo posto tra le 5 principali economie Ue) e sul podio il riciclo degli urbani (terzo posto).

Anche il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, tagliando il nastro di Ecomondo (nella foto) ha voluto sottolineare «i passi storici che sono stati fatti in campo ambientale. L’accordo di Parigi è stato firmato da 193 paesi e già ratificato da 60, tra cui il nostro: ora siamo in grado di farlo entrare in funzione. Negli ultimi 20 anni – ha aggiunto il ministro – Ecomondo è stato un precursore di questo risultato. La manifestazione ha contribuito a far sì che l’Italia sia oggi tra quei 60 paesi. Ma la spinta non deve fermarsi: i dati ci dicono che il nostro paese è un’eccellenza europea. Dobbiamo smettere di piangerci addosso e di descriverci come il fanalino di coda in campo ambientale, perché non è così. Lo dimostra l’accordo che abbiamo stretto con la Cina per un forum annuale sulla green economy».

Perché dunque i primati evidenziati nella relazione non sono quelli che il resto del mondo, e spesso anche la stessa Italia, mostra di percepire? Una possibile risposta sta nella fumosità ancora insista nei dati, come – soprattutto? – nella mancanza di una chiara e volitiva regia politica. Guardando ancora una volta al consumo e alla produttività delle risorse naturali, le imprese italiane – evolutesi in un contesto dove da sempre le materie prime scarseggiano – hanno impressa nel loro Dna una naturale capacità di risparmiare risorse quando questo comporta un immediato e corrispettivo risparmio economico, ma la regia per volare davvero alto non c’è: la stessa Agenzia europea dell’ambiente, da cui sono tratti i dati citati nella relazione, ci ricorda che in Italia non esiste né una strategia nazionale per l’efficienza delle risorse naturali, e neanche obiettivi correlati. I forum internazionali, pur pregevoli come quello ricordato dal ministro Galletti, purtroppo da soli non bastano a fare una politica industriale.