E se da 25 anni il numero di abitanti è stabile è solo grazie al contributo dell'immigrazione

Ecco il primo Atlante dell’Appennino, la spina dorsale del Paese che non t’aspetti

Qui viene prodotto il 14% del valore aggiunto italiano insieme al 51% delle Dop e Igp, e al contempo non ha eguali a livello continentale la percentuale di superficie tutelata da aree protette

[6 luglio 2018]

Tutti sanno che l’Appennino è la catena montuosa che percorre l’Italia da nord a sud, la spina dorsale del Paese. Ma in quanti hanno idea del fatto che si estende su una superficie maggiore rispetto a quella di interi stati come Portogallo, Austria o Ungheria, e che lungo i suoi crinali e le sue valli boscose vene prodotto il 14% del valore aggiunto nazionale, pari in un anno a 202,9 miliardi di euro? Probabilmente non molti. Ecco perché l’Atlante dell’Appennino appena realizzato dalla Fondazione Symbola – e promosso dai Parchi nazionali delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna e dell’Appennino Tosco-Emiliano – può essere un’importante occasione per mettere a fuoco questa fetta così importante e trasversale d’Italia.

Con una superficie di 94.375 chilometri quadrati, il 31% di quella nazionale, sull’Appenino vivono 10,4 milioni di abitanti, il 17% della popolazione italiana (e se oggi il numero è rimasto lo stesso di 25 anni fa è solo grazie al contributo di 663mila immigrati), e in queste montagne non ha eguali a livello continentale la percentuale di superficie tutelata da aree protette: ben il 16,1% (10,4% grazie a 12 Parchi nazionali e 5,7% per il contributo di ben 36 Parchi regionali), che arriva al 30% se consideriamo anche i 993 Siti di Rete Natura 2000.

Il 39,3% del territorio dell’Appennino è inoltre coperto da boschi: si tratta di un’area di 3,7 milioni di ettari, che rappresenta la forma più significativa di uso del suolo, e anche quella con la maggior dinamica di espansione (+40,8% tra il 1960 e il 1990, +1,5% tra il 1990 e il 2012).

Ma non ci sono “solo” boschi: l’Appennino rappresenta infatti una parte importante del tessuto produttivo nazionale,  dalla carta di Fabriano alla ceramica (quella umbra, quella di Castelli o di Reggio Calabria), dal tessile (quello di Macerata, la maglieria del perugino, il panno del Casentino o il merletto a tombolo di Isernia) alla concia e lavorazione delle pelli di Tolentino alla gioielleria del distretto di Arezzo fino all’agroalimentare, che sia il prosciutto di Parma del distretto di Langhirano o i formaggi di Agnone (IS). Ma solo grazie all’Altante di Symbola è stata quantificata per la prima volta la ricchezza prodotta sull’Appennino.

Una ricchezza che ha molto a che fare con la qualità dei prodotti. Nell’ambito dell’agroalimentare le 149 denominazioni Dop e Igp appenniniche (il 51% sulle 294 totali in Italia) hanno una produzione di 207 mila tonnellate certificate per un valore alla produzione stimato intorno ai 1,2 miliardi di euro; quanto alle produzioni vinicole, invece, ricadono nel sistema appenninico 197 denominazioni Dop e Igp (il 37% sulle 526 complessive in Italia), con un valore alla produzione dell’imbottigliato stimato in circa 820 milioni di euro. È chiaro perciò che quando si sottolinea l’importanza che le filiere produttive certificate hanno per i territori del Paese e dell’Appennino, non si ragiona solo in ottica di tutela e tradizione, ma si parla di produzioni made in Italy dalla forte valenza economica e sociale; è però vero, al contempo, che la distribuzione di questo valore economico non è distribuito uniformemente lungo la catena montuosa, ma il valore della produzione legato a Dop e Igp è concentrato soprattutto nell’Appennino settentrionale (quasi i due terzi del valore complessivo, 65% del totale), poiché in quest’area ricade il maggior numero di filiere e – soprattutto – si concentrano quelle con più alto valore produttivo, mentre il resto si ripartisce, nell’ordine, fra Appennino centrale (16%), Appennino meridionale (10%) e Appennino calabro-siculo (9%).

Dalla percezione che dell’Appennino si ha sul web – analizzata attraverso l’analisi di due milioni e mezzo di post (da Twitter soprattutto, poi dalle news online, dai forum, da Facebook, dai blog) pubblicati in 13 mesi – emergono invece soprattutto gli aspetti ludici (escursioni, sport, eventi) e paesaggistici (meno quelli naturalistici). Un dato di per sé non negativo, ma che permette di rilevare un aspetto da potenziare dell’offerta turistica appenninica: un’offerta però – si rileva nell’Atlante – che non riesce a valorizzare e a rendere memorabili e degne di un post su Facebook le proprie ricchezze naturali.

«Un quadro di opportunità – commenta Domenico Sturabotti, direttore della Fondazione Symbola, che ha presentato i lavori dell’Atlante – che oggi possono essere colte più facilmente ed efficacemente grazie alla recente approvazione della legge per il sostegno e la valorizzazione dei piccoli comuni e alla emanazione del nuovo testo unico forestale».