Da Ecomondo 10 proposte alla politica per la transizione alla green economy

L’economia verde conta già 2,9 milioni di occupati e un’importante fetta delle imprese italiane. Voti che potrebbero pesare molto, in vista delle prossime elezioni

[7 novembre 2017]

L’ultima edizione degli Stati generali della green economy si chiuse con un monito: in Italia le eccellenze in fatto di economia verde non mancano, a latitare è semmai la capacità di percepirle adeguatamente e di fare sistema. E prima ancora che nella cattiva comunicazione, i perché andrebbero ricercati nella «assenza della politica per la green economy», ebbe a spiegare il vicepresidente del Kyoto club, Francesco Ferrante. Altro giro, altra corsa: sullo stesso palcoscenico – la XXI edizione di Ecomondo, la più importante fiera dell’economia verde nell’area euro-mediterranea in programma a Rimini fino al 10 novembre – e vista la latitanza della politica, il Consiglio nazionale della green economy ha pubblicato oggi 10 proposte (in allegato, ndr) utili a redigere un Programma per la transizione alla green economy.

C’è molto su cui lavorare. Guardando alla sfida climatica, ad esempio, «l’Italia sta rallentando». Dopo l’aumento del 2015 pari al +2,8%, per il 2016 «non ci sono ancora dati definitivi ma stime di un lieve calo», eppure già per il 2017 le previsioni «sembrerebbero indicare un nuovo aumento»; al contempo «gli investimenti nelle rinnovabili sono dimezzati negli ultimi 4 anni, da 3,6 Mld nel 2013 a soli 1,7 Mld nel 2016», e nei primi 8 mesi del 2017 «la produzione di elettricità da fonti rinnovabili è scesa ancora del 5% rispetto al 2016».

Passando all’inquinamento atmosferico, invece, da Rimini si sottolinea il paradosso che vede «l’Italia fra i Paesi europei con il numero più alto di decessi prematuri annuali» legati a questo fattore (oltre 90.000, 1.500 per milione di abitanti), e al contempo il tasso di motorizzazione privata più alto in Europa, con «oltre 600 autoveicoli, a benzina e diesel, ogni 1000 abitanti». Che dire poi del capitale naturale nazionale? I numeri parlano da soli: «L’Italia è un Paese ricco di biodiversità (6.700 specie di flora e 58.000 di fauna) e la superficie forestale copre il 37% del territorio nazionale. Da una prima valutazione dei servizi forniti dagli ecosistemi emerge un valore monetario di 338 miliardi di euro, circa il 23% del Pil a fronte di una spesa per la protezione della natura e del paesaggio di circa 579 milioni nel 2016, lo 0,03% del Pil». Idem per la spesa pubblica in R&S ai fini ambientali, che «è diminuita del 5,8% nel 2015 rispetto al 2014, a fronte di un aumento dell’8,7% nell’eurozona. Nella spesa in R&S per l’ambiente pro capite siamo quindi scesi al 10° posto in Europa, con 8,7 euro, a fronte di una media di 15,6 nell’eurozona».

Infine, per quanto riguarda l’economia circolare, gli Stati generali della green economy notano che nel «2016 la raccolta differenziata dei rifiuti urbani ha raggiunto il 52,5%, lo smaltimento in discarica è sceso al 25% con 7,4 Mton (la metà del 2010) e il riciclo è al 47,7%», anche se quest’ultimo riferimento è in realtà alla «percentuale di preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio»; significative difficoltà rimangono nell’ultimo passaggio, quello in cui i beni riciclati vengono re-immessi sul mercato per essere ri-acquistati, e il Consiglio non manca di notare che «la forte crescita delle raccolte e del riciclo non è accompagnata da corrispondenti sbocchi di mercato con difficoltà in particolare per le plastiche e per la carta». Senza dimenticare che i numeri di raccolta differenziata e riciclo sopra riportati si riferiscono solo a una parte dei rifiuti urbani: imballaggi e frazione umida, che valgono insieme appena il 14% circa di tutti i rifiuti prodotti in Italia. Sulla partita più grande, quella dei rifiuti speciali, la «certezza dell’informazione nel nostro Paese è un’utopia», come ebbe a dire l’ex presidente dell’Ispra de Bernardinis.

Eppure su tutti questi numeri non si può che rimuginare, elaborare e proporre per migliorare. Non abbiamo scelta. «La consapevolezza delle sfide della nostra epoca, l’importanza decisiva della transizione alla green economy per affrontarle e l’impegno per le misure per attuarle devono essere – spiega Edo Ronchi, membro del Consiglio e presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile – criteri fondamentali per valutare le proposte politiche e valutare se siano all’altezza dei tempi o inadeguate». La politica stavolta sarà disposta ad ascoltare?

Le premesse come sappiamo non sono buone, ma il peso della green economy continua a crescere anche in chiave elettorale. Secondo i dati raccolti dalla Fondazione guidata da Ronchi il 27,5% delle imprese italiane produce già beni e/o servizi di valenza ambientale, e un altro 14,5% ha adottato modelli di business green; gli occupati nell’economia verde, aggiunge l’ultimo rapporto GreenItaly, sarebbero già 2,9 milioni. Voti che pesano, soprattutto in questa fase di grande incertezza pre-elettorale, e che sono solo in cerca di un catalizzatore politico in grado di unirli.

Le 10 proposte presentate a Rimini saranno sottoposte al giudizio di esponenti politici dei maggiori partiti italiani, anticipa Ronchi. «Ma diranno tutti che sono d’accordo con questo programma in campagna elettorale e poi se ne scorderanno subito dopo? Intanto – conclude Ronchi – vediamo chi dirà che è d’accordo. Non è affatto scontato che, preso un impegno su proposte precise, lo si scordi completamente dopo le elezioni. Anche perché il mondo della green economy, con le sue organizzazioni, ci sarà anche dopo le elezioni e potrebbe, fra un anno o due, proporre un bilancio pubblico, confrontando gli impegni presi con le politiche e le misure effettivamente sostenute e portate avanti». La politica è avvisata.