Potočnik: «Non convince». Ciafani: «Pesante sconfitta per l’ambiente»

Economia circolare e aria pulita, un passo indietro per l’Europa ma l’Italia non ci sta

Il ministro dell’Ambiente Galletti: «Siamo molto preoccupati per la scelta di Juncker»

[17 dicembre 2014]

Ieri la Commissione europea ha adottato il programma di lavoro per il 2015, proponendo il ritiro dei pacchetti europei su economia circolare e aria pulita. Il già criticatissimo team di Jean-Claude Juncker  ha confermato tutti i dubbi della vigilia approvando un pacchetto pre-natalizio che, pur infiocchettato parlando di «azioni per cambiare realmente le cose in termini di occupazione, crescita e investimenti e portare vantaggi concreti ai cittadini», non è affatto «un programma di cambiamento», almeno in campo ambientale, ed è segnato da una chiara voglia di deregulation in tema di ambiente e green economy.

«Prima di formalizzare il ritiro di queste proposte la Commissione attenderà che Parlamento europeo e Consiglio si esprimano al riguardo», è stato precisato, ma l’intento politico non ha bisogno di ulteriori chiarimenti, sollevando vive proteste. «Siamo molto preoccupati per la scelta di Juncker di ritirare pacchetto rifiuti: è un segnale in controtendenza con gli obiettivi Ue di crescita e occupazione», ha commentato a caldo il ministro italiano dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, che dall’interno del Consiglio ambiente dell’Ue fa sapere come oggi la questione delle proposte sia all’ordine del giorno dei ministri europei, e ribadisce il suo no: «Noi chiediamo alla Commissione di non ritirarle». Le proteste non arrivano solo dalla politica, ma anche dal mondo dell’imprenditoria: Ton Emans, presidente della Plastics Recyclers Europe, da parte sua commenta caustico: «È un brutto giorno per la crescita sostenibile in Europa. Un’implementazione dell’economia circolare avrebbe permesso di creare 120mila posti di lavoro solo nel riciclo della plastica. Non vediamo l’ora di esaminare il più ambizioso Package Circular annunciato (entro la fine del 2015, ndr) dal vicepresidente Timmermans».

Indifferente, il presidente Juncker ha ricordato a popolari, socialdemocratici e liberaldemocratici che «questa Commissione è stata eletta in base a un mandato politico chiaro, articolato nelle dieci priorità indicate nei nostri orientamenti politici. Il programma di lavoro adottato oggi traduce queste dieci priorità in una prima serie di obiettivi concretamente realizzabili. I cittadini si aspettano dall’Ue un intervento decisivo per affrontare le grandi sfide socioeconomiche e vogliono che l’Ue interferisca meno nelle questioni a cui gli Stati membri sono maggiormente in grado di rispondere con efficienza. Per questo abbiamo assunto l’impegno di dirigere il cambiamento e di guidare un’Ue che sia più grande e più ambiziosa sulle grandi cose e più piccola e più modesta sulle piccole cose». Tra le «piccole cose», secondo il presidente Juncker, evidentemente rientrano anche la salute dei cittadini europei, l’efficienza nell’utilizzo delle risorse naturali del Vecchio continente e la creazione di centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro.

È toccato al primo vicepresidente Frans Timmermans sostanziare la svolta (a destra) della Commissione Ue sull’ambiente, rispondendo duramente alle critiche e agli appelli fioccati alla vigilia da parte di coalizioni ambientaliste, dei Verdi e della sinistra:  «Per poter concentrare l’impegno politico sulle vere priorità dobbiamo liberarci delle pastoie: abbiamo quindi analizzato ogni singola proposta attualmente all’esame delle istituzioni dell’UE per decidere se vogliamo mantenerla, modificarla o ritirarla. Questa volta la musica è diversa».

Anche se il duo Juncker/Timmermans dice di volersi incamminare verso un’Unione europea dell’energia, «per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento energetico, spingere sull’integrazione dei mercati nazionali dell’energia, ridurre la domanda energetica europea e decarbonizzare il mix energetico», la strada scelta è quella di cancellare il percorso verso un’economia low-carbon messo in piedi dal precedente commissario Ue all’ambiente Janez Potočnik, tirando una riga sulle nuove direttive sulla qualità dell’aria e sull’economia circolare.

Timmermans è stato sbrigativo sui temi ambientali e ha seppellito senza nemmeno un grazie le politiche del liberaldemocratico Janez Potočnik: «Vogliamo ottenere risultati. Questa Commissione concorda sul fatto che l’Europa deve essere ambiziosa, anche sulle norme ambientali e sociali, ma sarebbe vano lasciare che le istituzioni dell’Ue perdano tempo e consumino energie per proposte che non hanno alcuna possibilità di essere adottate, che non produrranno in concreto i risultati che auspichiamo. Ogniqualvolta ci troveremo di fronte a tale situazione rifletteremo su modi diversi e più efficaci per conseguire i nostri obiettivi comuni». Potočnik, da parte sua, non l’ha presa bene: «Sarebbe stato più convincente se la Commissione europea avesse emendato il pacchetto sull’economia circolare dove pensava ci fossero delle lacune, piuttosto che ritirarne il testo. Tutto può essere migliorato – commenta Potočnik su Twitter – seguirò gli sviluppi con grande interesse e aspetto con ansia le nuove proposte per l’economia circolare nel 2015».

Di fronte a un simile quadro della situazione come non concordare con Stefano Ciafani, vicepresidente nazionale di Legambiente, quando afferma che «la decisione presa dal presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, di cancellare dal suo programma le nuove direttive sulla qualità dell’aria e sull’economia circolare proposte dal precedente esecutivo europeo  ci lascia alquanto basiti. Fa veramente impressione sentire dal presidente dell’esecutivo Ue che la salute dei cittadini degli Stati membri e l’ambiente non siano delle priorità “essenziali” da portare avanti e sulle quali lavorare. La rinuncia a regole stringenti sulla qualità dell’aria metterà in pericolo la vita di migliaia di cittadini, e la decisione di non adottare un piano per l’economia circolare contribuirà a portare l’Europa verso un suicidio economico. Eppure più volte la stessa Commissione si è pronunciata a favore di questi delicati temi, ricordando che proprio l’introduzione di nuovi limiti per ridurre lo smog, proposti nel dicembre 2013, potrebbero evitare di qui al 2030 58mila morti premature; mentre le misure per l’economia circolare, proposte nel luglio 2014, potrebbero supplire alla carenza di materie prime nel Vecchio Continente e generare 580mila nuovi posti di lavoro. La decisione rappresenta una pesante sconfitta per l’ambiente, mentre per le lobby industriali, e forse anche per le case farmaceutiche visti i pesanti impatti sulla salute, rappresenta una imbarazzante vittoria».

Monica Frassoni, copresidente del Partito Verde europeo, e Francesco Ferrante, di Green Italia, rincarano la dose: «Mai ci saremmo aspettati di dover rimpiangere Barroso, ma la Commissione Europea ha toccato il fondo: il ritiro delle direttive sul “pacchetto aria” e sull’economia circolare annunciato dal vicepresidente Timmermans è una decisione ad uso e consumo di lobby e blocchi di potere economici che vogliono produrre secondo vecchi logiche, voltando le spalle al processo di innovazione garantito dalla green economy. L’annuncio di presenta nuove direttive suona come una minaccia all’ambiente e alla salute dei cittadini europei . E’ risibile contrabbandare questa come la nuova politica europea, meno burocratica e meno restrittiva. L’intento che si cela dietro il ritiro delle due direttive  è semplicemente quello di andare verso una deregulation per riportare indietro di decenni le lancette dell’Europa e gli sforzi che hanno permesso di migliorare la qualità dell’aria, e dunque le aspettative di vita dei cittadini. I tetti alle emissioni per i grandi inquinanti non sono battaglie contro i mulini  a vento, ma misure che sono sostenute dalla forza dei numeri: fra benefici sanitari, in produttività guadagnata, in minori perdite delle rese agricole e danni agli ecosistemi, i risparmi economici dal prossimo decennio sarebbero ammontati da un minimo di 40 a un massimo di 140 miliari di euro, oltre alle decine di migliaia di vite umane salvate dai danni mortali dell’inquinamento. E altrettanto rilevante è l’impatto derivante da un  utilizzo intelligente delle risorse e del loro recupero: in Europa il potenziale di risparmi si aggira nell’ordine dei 700 miliardi di dollari all’anno».

Frassoni e Ferrante concludono con un nuovo appello al gruppone dei socialisti e democratici di cui fa parte anche il Pd: «Ci auguriamo fortemente che il Pse non sacrifichi sull’altare delle larghe intese l’ambiente, la green economy e persino la stessa salute dei cittadini».