Due rivoluzioni imminenti nelle nostre vite, separate: cosa succede combinandole?

Economia circolare e industria 4.0, insieme sono un’opportunità da migliaia di miliardi dollari

Dalla Ellen MacArthur Foundation e il World economic forum un’analisi piena di opportunità. Ma serve una guida politica

[18 febbraio 2016]

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Oggi l’Ocse ha rivisto al ribasso le sue prospettive per la crescita del Pil nel 2016, sia a livello globale sia all’interno dei confini italiani: adesso la stima, rispettivamente, arriva a +3% (-0,3% rispetto all’outlook diffuso a novembre e +1% (-0,4). Sorvolando ancora una volta sull’affidabilità delle previsioni economiche diffuse da un’autorità del calibro dell’Ocse, è innegabile che in pochi mesi le prospettive di ripresa per l’economia globale, fiaccata su numerosi fronti, siano precipitate. Una tendenza che, a giudizio dell’Ocse, richiede «una risposta politica urgente». Ma quale? Apparentemente, per sfuggire ad un altrimenti inevitabile declino – non solo economico – sono solo due le tendenze che si muovono sullo sfondo, ed entrambe hanno molto a che fare con la manifattura: l’economia circolare e l’industria 4.0.

La prima implica un utilizzo ridotto e più efficiente nei processi produttivi delle risorse, e aumentando in modo esponenziale i tassi di riciclo in modo da gravare sempre meno sul capitale naturale e disassociando il suo depauperamento dalla crescita economica. La seconda riguarda invece la digitalizzazione dell’industria e, a cascata, quella degli oggetti di uso quotidiano: imbottiti di sensori e interconnessi tra loro in quella che è già stata ribattezzata come “l’internet delle cose”. Entrambe le tendenze promettono di rivoluzionare la nostra vita nell’arco di pochi anni, ma sono finora sempre state analizzate separatamente. Che cosa accadrebbe combinandone insieme gli sviluppi?

Ad offrire una prima risposta ha appena pensato la Ellen MacArthur Foundation, che in collaborazione con il World economic forum ha pubblicato il suo nuovo rapporto, Intelligent Assets: Unlocking the circular economy potential. Interpellando numerosi esperti, dal premio Nobel per l’economia Michael Spence alla responsabile per la Sostenibilità di Google Kate Brandt, la fondazione è giunta a definire la combinazione tra economia circolare e internet delle cose come una trillion-dollar opportunity, un’opportunità da migliaia di miliardi di dollari.

Volenti o nolenti, entrambe le rivoluzioni sono già innescate e dovremmo farci i conti. Il numero di oggetti e dispositivi già oggi collegati tra loro – i componenti dell’internet delle cose – si stima ammontino a 10 miliardi, e raggiungeranno almeno quota 25-50 miliardi di oggetti entro il 2020, ma un recente rapporto prodotto da Dhl e Cisco suggerisce che addirittura arriveremo a 50 miliardi di oggetti nello stesso anno. Le proiezioni del valore economico legato a questa rivoluzione ne riflettono l’ampio intervallo di incertezza che ancora la caratterizza, ma sono tutte iperboliche: il McKinsey global institute stima che l’impatto dell’internet delle cose ammonterà fino a 11,1 trilioni di dollari l’anno al 2025.

Per quanto riguarda l’economia circolare, è la stessa Ellen MacArthur Foundation ad adoperarsi nell’inquadrare le relative ricadute economiche: come già noto da precedenti rapporti, l’impatto – limitatamente all’area europea – arriva a 1,8 mila miliardi di euro di benefici al 2030 (con un aumento del Pil pari all’11% anziché al 4%), una riduzione nell’emissione di gas serra quantificata nel 48% e una riduzione nell’uso di risorse naturali in molti processi produttivi del 32%. Un’evoluzione ciclopica, carica di rilevanza anche per i settori manifatturieri più tradizionali; in queste nuovo rapporto non a caso i relatori si soffermano sull’industria dell’acciaio, zavorrata da sovrapproduzione e tensioni in tutto il mondo e nel Vecchio continente in particolare. Una conseguenza naturale del risparmio di risorse naturali nei processi produttivi comporterebbe uno spostamento verso il basso dei costi relativi alle materie prime. Per l’acciaio, il risparmio di materiale vergine a livello globale potrebbero superare quota 100 milioni di tonnellate di minerale di ferro nel 2025, con un impatto tanto ampio da ridurre in modo corrispondente l’esposizione dell’industria siderurgica alla volatilità espressa nel mercato delle commodity, una vera e propria iattura per il settore – come per ogni attività manifatturiera.

Tutto bene dunque? Nient’affatto. Le rivoluzioni dell’economia circolare e dell’industria 4.0 sono sì già avviate ma – come conferma la grande incertezza delle previsioni economiche sul tema – tutt’altro che definite, cariche d’incognite e di storture da raddrizzare. Una riduzione generalizzata nei prezzi delle materie prime, come anche i vincoli imposti dalle politiche climatiche per ridurne l’estrazione, potrebbero generare effetti-rimbalzo – è amplissima la letteratura sul celebre paradosso di Jevons, come anche il “green paradox” di Hans-Werner Sinn –  che finiscono per aumentarne l’utilizzo: gli effetti del petrolio ai minimi degli ultimi mesi ne sono solo l’ultima dimostrazione. Differenti ma ugualmente gravi interrogativi vengono sollevati dalla digitalizzazione dell’economia, col carico di disoccupazione tecnologica che si porta dietro.

Per guidare lo sviluppo su binari sostenibili, inibendo le ricadute negative che inevitabilmente arrivano con rivoluzioni come quelle annunciate dall’economia circolare e dall’industria 4.0, è indispensabile ancora una volta quella «risposta politica urgente» richiamata anche dall’Ocse. Il vero problema è che, in Italia come in Europa, tra gli strilli per un decimale di crescita perso o guadagnato, sembrano davvero in pochi gli attori politici interessati a imbastire politiche industriali coerenti.