Gli eurodeputati: «Elaborare misure contro l'obsolescenza programmata»

Economia circolare, il Parlamento Ue approva: un’Europa dello sviluppo è ancora possibile

Ok alla risoluzione sull'efficienza delle risorse, ma salta l’obbligatorietà dei vincoli

[9 luglio 2015]

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Con 394 voti favorevoli, 197 contrari e 82 astensioni, la risoluzione sull’economia circolare curata dall’eurodeputata Sirpa Pietikainen (Ppe) è stata approvata oggi dal Parlamento europeo: un segnale di speranza e un contributo importante per la promozione di un modello di sviluppo più sostenibile, in giorni in cui l’Europa è più occupata a guardarsi l’ombelico durante la crisi greca, più che a offrire un’idea di progresso ai suoi cittadini.

Nella risoluzione approvata oggi dagli europarlamentari, invece, le basi per lo sviluppo materiale del Vecchio continente – le risorse naturali – tornano al centro del dibattito. Un aumento del 30% della produttività delle risorse entro il 2030 potrebbe aumentare il Pil europeo di quasi l’1% e creare 2 milioni di nuovi posti di lavoro verdi. «Si tratta di un cambio di paradigma, un cambiamento sistemico che ci troviamo di fronte, così come un enorme, nascosta, opportunità economica. E possibile compierlo solo aiutando un nuovo ecosistema di business a emergere – ha dichiarato Pietikäinen – Ma per ottenere tutto ciò, c’è bisogno di azioni legislative, informative, economiche e di cooperazione. In primo luogo, abbiamo bisogno di una serie di indicatori e di obiettivi. Abbiamo bisogno di una revisione della legislazione esistente, in quanto non riesce a comprendere il valore dei servizi ecosistemici. Abbiamo bisogno di un ampliamento del campo di applicazione della direttiva sulla progettazione ecocompatibile, un rinnovamento della direttiva sui rifiuti e un focus speciale certe aree come gli edifici sostenibili».

Si concretizza così una risposta forte al noto ritiro, da parte della Commissione europea, sul pacchetto “economia circolare”, e una spinta a far sì che da questa mossa scaturisca davvero (come sottolineato con crescente intensità negli ultimi mesi dalla Commissione stessa) una proposta legislativa migliore, e non una resistenza al cambiamento. «Il futuro dell’economia europea – ha concordato dunque dalla Commissione Frans Timmermans – non è nella competitività tra i salari bassi, non è nel creare prodotti con risorse finite, ma nel riutilizzare, riciclare, reinserire tali risorse nel ciclo economico». Per la seconda realtà manifatturiera d’Europa – ossia l’Italia –, caratterizzata da flussi di materia pari a 2,4 miliardi di tonnellate ogni anno, intervenire in tal senso rappresenterebbe non solo un chiaro segnale di sostenibilità ambientale, ma anche un chiaro elemento di competitività economica.

Nel testo gli eurodeputati invitano dunque – come si legge in una nota ufficiale – la Commissione a presentare una nuova proposta entro il 2015, che proponga obiettivi vincolanti di riduzione dei rifiuti e la riduzione graduale di tutti i tipi di smaltimento in discarica (Rifiuti zero sì, ma in discarica); spingono per un “ambizioso programma di lavoro” volto a definire criteri quali la durata, la riparabilità, riutilizzabilità e riciclabilità, elaborando misure contro l’obsolescenza programmata; sottolineano infine che per affrontare il problema delle scarse risorse, l’estrazione e l’uso di quest’ultime devono essere ridotti e il legame tra la crescita e l’uso delle risorse naturali deve essere interrotto.

Purtroppo, a fronte di un virtuoso proposito, nell’approvazione definitiva salta la volontà di rendere vincolante entro il 2030 un aumento del 30% (rispetto al 2014) dell’efficienza nell’utilizzo delle risorse: obiettivo che rimane “volontario”. Non è un dettaglio marginale. Ma a fronte di un passo indietro si registrano positivi avanzamenti, come nell’affermare che l’uso degli indicatori relativi all’efficienza delle risorse e alla misurazione del consumo di risorse, comprese le importazioni e le esportazioni, dovrebbe essere obbligatorio a partire dal 2018. Per l’Italia, che non si è mai dotata di un sistema standard per il calcolo nelle raccolte differenziate – nonostante sia previsto da quasi 20 anni –, sarebbe un passo da giganti.