Mesi di attesa e molte promesse: ora delude la proposta del nuovo pacchetto legislativo

Economia circolare, tante lodi ma in realtà la Commissione Ue abbassa l’asticella

Dopo aver dichiarato di puntare su un intervento «più ambizioso» ora propone target al ribasso

[2 dicembre 2015]

nuovo pacchetto economia circolare ue

La Commissione europea ha presentato oggi Closing the loop, il nuovo piano d’azione per l’economia circolare e il primo della gestione Juncker. Il documento, che sarà ora sottoposto al vaglio del Parlamento europeo, sostituisce il pacchetto legislativo sull’economia circolare presentato dalla Commissione europea a guida Barroso nel corso del 2014, e ritirato dal team Juncker poco dopo l’insediamento. L’obiettivo, si affermava da Bruxelles, era quello di rivedere gli obiettivi per renderli «più ambiziosi». Adesso sappiamo che c’è stata piuttosto una retromarcia.

Si prevede ad esempio un obiettivo vincolante per ridurre al massimo al 10% il collocamento in discarica per tutti i rifiuti entro il 2030, mentre la commissione Barroso puntava al 5%. Per quanto riguarda poi gli obiettivi di riciclo dei rifiuti, la Commissione punta ora a raggiungere il target del 65% per i rifiuti urbani entro il 2030 (nella passata proposta era il 70%) e quello del 75% per i rifiuti da imballaggio (contro l’80% previsto in passato); per affrontare il tema della termovalorizzazione non è stato trovato spazio, e sull’argomento la Commissione anticipa che si esprimerà all’interno di «un’iniziativa nell’ambito dell’Unione dell’energia»; niente di fatto anche per quanto riguarda la gestione dei rifiuti speciali – che, ricordiamo, in Italia ammontano a 4 volte gli urbani – in quanto «l’approccio legislativo (di questa proposta, ndr) non appare idoneo a causa della diversità di questo flusso».

Numeri che rendono più assai più vuote le parole di Jyrki Katainen, vicepresidente della Commissione Ue, che presentando il pacchetto legislativo odierno afferma come «il potenziale di creazione di posti di lavoro dell’economia circolare è enorme, e la domanda di prodotti e servizi migliori e più efficienti è in piena espansione. Rimuoveremo gli ostacoli che frenano l’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse da parte delle imprese e potenzieremo il mercato interno delle materie prime secondarie. Vogliamo conseguire veri progressi sul campo: ci preme di realizzarli concretamente coinvolgendo non solo gli Stati membri, le regioni e i comuni, ma anche le imprese, l’industria e la società civile».

Rimane lodevole l’impegno della Commissione a presentare un pacchetto di interventi che non abbracci solamente sulla gestione dei rifiuti (urbani), ma che vada a incidere anche sulla prevenzione degli stessi, sull’ecodesign e sulla promozione della «simbiosi industriale, trasformando i prodotti di scarto di un’industria in materie prime destinate ad un’altra». Da promuovere anche focus specifici come quello sui rifiuti plastici: «È necessario aumentare il riciclaggio della plastica per passare all’economia circolare – sottolineano dall’Ue – Attualmente l’uso della plastica è in crescita ma il riciclaggio non sta al passo: meno del 25% dei rifiuti di plastica raccolto è riciclato», e l’Italia ne sa qualcosa.

Visto nel suo complesso, l’intento della Commissione rimane quello di guardare all’intero ciclo di vita dei prodotti, con una transizione che «sarà finanziata dai fondi Sie, da 650 milioni di euro provenienti da “Orizzonte 2020” e da 5,5 miliardi di euro provenienti dai fondi strutturali per la gestione dei rifiuti, e mediante investimenti nell’economia circolare a livello nazionale». Dunque una cifra rilevante in senso assoluto, poco più di 6 miliardi di euro, ma assolutamente residuale se confrontata con le possibilità economiche dell’Unione europea, o anche solo con gli investimenti mobilitati nel campo dell’energia. Rimangono infine interessanti anche le ambizioni che mirano a produrre «definizioni più semplici e adeguate nonché metodi armonizzati per il calcolo dei tassi di riciclaggio in tutta l’Ue», oggi vero tallone d’Achille per il settore, dove da sempre l’Italia eccelle in confusione normativa e d’idee.

Sprazzi di luce che non giustificano comunque il disimpegno europeo nella partita dell’economia circolare, a parole più volte individuata come l’unico driver possibile per uno sviluppo sostenibile del Vecchio continente: «Non possiamo vincere la crescente competizione globale puntando sul ribasso dei salari o sull’incremento dei volumi – affermava solo pochi mesi fa il vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans –  l’unica risposta per l’Europa può essere la sostenibilità, l’economia circolare. Vi invito a guardare con occhio critico quello che facciamo e vi prometto: non vi deluderemo». Oggi l’Europa continua a magnificare le prospettive dell’economia circolare, stimando i possibili benefici in 580mila nuovi posti di lavoro, una riduzione delle emissioni di gas climalteranti pari a 450 milioni di tonnellate l’anno e – non ultimo – 600 miliardi di euro di risparmi annui per le imprese europee (una cifra pari all’8% dei loro fatturati). All’atto pratico, però, la Commissione introduce target meno ambiziosi, motivando la scelta col fatto che «molti dei paesi in ritardo avevano reagito alla definizione dei vecchi target voltando le spalle, convinti che non sarebbero mai stati capaci di raggiungerli». Piuttosto che migliorare, si abbassa l’asticella.