Staticità: da anni l’insieme dei Comuni capoluogo è apatico, privo di coraggio

Ecosistema urbano 2016, la politica non riesce a incidere nel benessere delle città

Si è sviluppata spontaneamente una domanda di nuovi stili di vita da parte dei cittadini, che non viene però intercettata (e organizzata) dalle istituzioni

[14 novembre 2016]

La 23esima edizione di Ecosistema urbano, l’ormai tradizionale ricerca di Legambiente – realizzata in collaborazione con l’istituto di ricerche Ambiente Italia e la collaborazione editoriale del Sole 24 Ore –mira a tracciare una fotografia delle performance ambientali del Paese guardando alle sue principali città attraverso 17 indicatori che esplorino cinque diverse dimensioni: aria, acque, rifiuti, mobilità, energia.

A vincere la medaglia d’oro della classifica quest’anno è Macerata (in quinta posizione l’anno scorso), mentre ad occupare l’ultima casella troviamo Vibo Valentia (che era quartultima), anche se più interessante dei singoli dati risulta il colpo d’occhio generale sull’andamento delle perfomance ambientali nel tempo.

Per la prima volta, Ecosistema urbano analizza un periodo più lungo valutando l’evoluzione dei valori dei capoluoghi in quattro parametri fondamentali (smog, acqua, rifiuti e trasporto pubblico) le cui variazioni dipendono direttamente dall’azione (o dall’inazione) degli enti locali. Cos’è dunque cambiato?

Per quanto riguarda le polveri sottili (PM10), i valori nel 2015 tornano a peggiorare rispetto al 2014; male anche per le concentrazioni di biossido di azoto (NO2) e di ozono; statico il numero di viaggi effettuati con il servizio di trasporto pubblico (mentre il tasso medio di motorizzazione dei comuni capoluogo italiani nel 2015 si conferma a livelli praticamente doppi rispetto alle grandi capitali europee). A migliorare lievemente è invece sia il valore medio dei consumi idrici domestici (da 154,4 litri procapite nel 2014 a 151,4) sia la percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti urbani il cui valore medio è di 45,15% (a 43,90% nel 2014, 41,15% nel 2013 e 39,26% nel 2012). Un dato, questo, che oggi come 5 anni fa rimane viziato da una contabilità non omogenea sul territorio nazionale come dall’assenza di indicazioni sulla qualità del raccolto – indispensabile per una buona riuscita del passo successivo alla raccolta, il riciclo –, oltre a non soffermarsi sulla produzione e gestione di rifiuti speciali, che sul territorio sono circa 4 volte gli urbani. A questi numeri si aggiungono quest’anno quelli relativi alla copertura dei fabbisogni elettrici domestici da fonti rinnovabili, una novità per la quale è ovviamente prematuro poter parlare di confronti. Per un giudizio complessivo basta la parte restante.

Anche di quei pochi cambiamenti che sono avvenuti, alcuni sono molto probabilmente dovuti al lieve “rinnovamento” della ricerca nel corso degli anni. Guardando quello che è successo tra il 2011 e il 2015 – riporta Ecosistema urbano 2016 – si evidenzia come le grandi città italiane siano, dopo un quinquennio, non molto diverse rispetto al passato. Molto più dinamiche appaiono tante città medio-piccole che hanno invece, tra 2011 e 2015, mostrato mutamenti significativi. Tuttavia il dato più significativo resta quello che emerge dalla lettura d’insieme: ci si aspetta che in cinque anni l’Italia delle città mostri trasformazioni positive ed evidenti; alla prova dei fatti l’insieme dei Comuni capoluogo è apatico, statico, privo di coraggio.

Dunque è proprio tutto da buttare? «Questo rapporto – commenta la presidente di Legambiente, Rossella Muroni – racconta un Paese a due velocità: quella delle amministrazioni e quella dei cittadini con le associazioni, i comitati di quartiere, le cooperative solidali. E mentre le prime si confermano lente, rigide e quasi impermeabili ai cambiamenti, le seconde spiccano per vivacità e spirito d’iniziativa con tantissime buone pratiche che pur coinvolgendo concretamente un condominio, una strada o un quartiere, esprimono un’idea di città e di futuro ben più ampia».

Secondo Legambiente dunque, a contraltare della pigrizia amministrativa si è sviluppata spontaneamente una domanda di nuovi stili di vita, fenomeni che partono dal bisogno di vivere meglio consumando meno: in periferia come nei quartieri centrali, c’è una tensione popolare verso un rinascimento del senso di appartenenza e uno sforzo comunitario per riappropriarsi dei luoghi e dello spazio pubblico.

Iniziative lodevoli che, per la loro stessa natura pulviscolare, avrebbero però bisogno di essere inserite in un contesto più ampio per esprimere tutto il loro potenziale e – non da ultimo – evitare magari di contrapporsi l’una all’altra per divenire infine nuovo fattore divisivo e frenante più che motore propulsivo di sano sviluppo. «C’è un mondo – chioas Ecosistema urbano – che chiede cambiamento, che là dove può se lo inventa, che quando c’è l’offerta da parte delle istituzioni lo abbraccia con entusiasmo e che così facendo crea lavoro e sostiene l’innovazione. C’è un mondo in movimento che crea economia sana – green – e reclama dai decisori pubblici (locali e nazionali) scelte, coraggio, cambiamento».

L. A.