L’edilizia italiana si tinge di verde. Ance: «Puntiamo su manovra da 70 miliardi di euro»

Buzzetti: «Ci sono 30mila scuole a rischio e migliaia di edifici pubblici, a partire dagli ospedali, da mettere in sicurezza»

[12 luglio 2013]

Ripartire dall’edilizia per costruire dalla fondamenta un nuovo e più sostenibile Paese. Sembra questa l’ambizione di un interlocutore inusuale per l’ambientalismo, che trova un nuovo alleato e inaspettato alleato nell’Ance, l’associazione nazionale costruttori edili, ieri riunitasi in assemblea.

L’edilizia italiana figura a pieno diritto tra i principali attori che hanno messo in piedi il boom economico del dopoguerra, ma anche all’interno di quella pletora di soggetti che hanno contribuito all’espandersi dell’abusivismo e del degrado del territorio del Bel Paese. Questi anni di crisi hanno profondamente fiaccato il settore, che è stato senza dubbio il più colpito: considerato l’indotto, la Spoon River dei posti di lavoro persi, si conta già un numero impressionante di lapidi.

«Abbiamo perso 690.000 posti di lavoro, considerando tutta la filiera delle costruzioni, e 11.200 imprese edili sono fallite. Il 28‐30% delle aziende non sono in condizioni di reggere un altro anno per mancanza di liquidità», conferma sgomento il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti. Un dato impressionante anche se affiancato a quello dell’altra grande vittima della crisi, il settore manifatturiero, che in tutta Europa ha perso solo nell’ultimo anno mezzo punto percentuale sul Pil, scivolando al 15,2% del totale.

C’è però un problema: se questo Paese è ridotto così come lo dipinge l’Ance non è certo per colpa di un destino cinico e baro, ma per scelte politiche consapevoli che hanno scelto di proteggere la rendita (vedi anche attuale polemica sull’Imu, che si vorrebbe togliere a tutti); scelte politiche miopi, che altrettanto miope sono state seguite e incoraggiate da una bella fetta di imprenditoria ingorda ed indifferente ai costi che il territorio, l’ambiente e la società si trovano a pagare oggi.

Questo lungo stillicidio ha avuto almeno il merito di rappresentare il trampolino di slancio verso una svolta: l’edilizia, adesso, sa che per sopravvivere deve tingersi di verde. Il decreto sull’ecobonus è un buon inizio per testare la nuova bussola, commenta Buzzetti, ma non basta: «Serve un Piano Marshall per la ripresa», un piano che al momento proprio non si vede. «I lavori pubblici si sono dimezzati – osserva amaro Buzzetti – Siamo l’unica nazione che ha fatto il contrario di ciò che si dovrebbe fare: abbiamo immesso risorse nella fase di espansione degli anni 2000 e nel momento della crisi, anziché usare il settore in maniera anticiclica, abbiamo diminuito i fondi di 20 miliardi all’anno».

Ance fa quindi una proposta di buonsenso: «Le cose da fare non mancano per risanare e ammodernare il Paese: ci sono 30mila scuole a rischio, migliaia di edifici pubblici, a partire dagli ospedali, da mettere in sicurezza. C’è il più grande patrimonio storico‐artistico del mondo da tutelare e valorizzare: un esempio per tutti Pompei, che versa in condizioni disastrose».

In concreto, Ance propone al Paese «una grande manovra di rilancio delle infrastrutture, dell’ordine di 70 miliardi (vedi immagini, ndr), capace di sostenere la ripresa dell’economia e far aumentare l’occupazione senza sforare il limite del 3% di deficit fissato dalla Ue». Tagliare la spesa corrente dello Stato è sicuramente possibile, ma è anche intelligente soltanto se si vanno a colpirne gli sprechi: il resto è infatti anch’esso un sostegno alla domanda interna, il grande malato di questa crisi.

Occorre quindi sì, tagliare gli sprechi pubblici (su un bilancio complessivo da 820 miliardi di euro), ma soprattutto allentare i vincoli europei dell’austerità per far ripartire gli investimenti, delineando chiare priorità. Dal 2001 al 2011, ci ricorda l’Istat nel suo Censimento su industria e servizi, i dipendenti pubblici sono diminuiti di 368mila persone (-11,5%), ma questo – come possiamo vedere guardandoci attorno – nel bel mezzo della crisi non ci è stato affatto d’aiuto.

Interventi ad alta intensità di lavoro volti alla tutela del territorio e alla mitigazione del rischio idrogeologico, nonché alla ristrutturazione edilizia nell’ottica di una maggiore efficienza nell’utilizzo di materia ed energia, potrebbero garantire ai costruttori italiani quel nuovo volto capace di sorridere ancora una volta a tutto il Paese, e non agli interessi di pochi speculatori edili.