Dopo il timido target del 30% per la decisione definitiva mancano ancora alcuni mesi

Efficienza energetica, le misure contano: 767.000 buoni motivi per osare

Alzando l’asticella al 40% ridurremmo l’import di petrolio per più di un terzo. C’è tempo fino a ottobre

[28 luglio 2014]

La Commissione europea ha recentemente presentato la sua proposta sugli obiettivi da raggiungere in termini di miglioramento dell’efficienza energetica al 2030. Era un appuntamento importante perché l’efficienza energetica é forse – tra i tre obiettivi del pacchetto europeo sui cambiamenti climatici, insieme a riduzione delle emissioni di CO2 e aumento del ricorso alle rinnovabili – quello che maggiormente può incidere su riconversione industriale e innovazione tecnologica.

Si tratta di un target che ha sempre avuto vita dura, e infatti era l’unico dei tre a non essere vincolante nel precedente 20-20-20, ma che potrebbe essere invece davvero il perno del cambiamento. Come sempre le decisioni della Commissione sono frutto di compromessi, che rischiano di vanificare il merito della discussione, e così tra chi non voleva nessun target sull’efficienza – i paesi guidati da Inghilterra e Polonia che ne vorrebbero solo uno sulla CO2 – e chi ne vorrebbe uno ambizioso, ha vinto la linea mediana e la Commissione propone di attestarsi su un target di riduzione del 30% al 2030.

Bicchiere mezzo pieno: per la prima volta si propone target su efficienza; un (timido) passo avanti, si potrebbe dire, perché sconfitto l’asse dei Paesi più “retrogradi”. In realtà il bicchiere è più che mezzo vuoto, sia perché – come ha giustamente fatto notare immediatamente anche Legambiente – sostanzialmente ci si attesta su uno scenario business as usual , contando sul “naturale” incremento di efficienza, ma soprattutto perché si rinuncia nei fatti a dare un indirizzo di seria politica industriale europea.

Sono i dati della stessa Commissione a dirci che se si fosse scelto un obiettivo del 40% – la richiesta comune degli ambientalisti, dei Verdi europei e della parte più innovativa dell’industria Ue (si pensi alle imprese raccolte in Europa da Euase e in Italia dal Kyoto Club) – si sarebbero potuti creare 767.000 posti di lavoro, si sarebbero ridotte le importazioni di petrolio del 33-40% (!) e del 18-19% quelle di gas. Insomma, si sarebbe dato impulso importante a nuova occupazione (e Dio sa quanto ce n’è bisogno in tutta Europa) e allo stesso si sarebbe potuto imboccare con più determinazione la strada della decarbonizzazione del nostro sistema economico, con gli effetti positivi connessi in termini di impatto ambientale, globale e locale, e di riduzione della dipendenza energetica dell’Europa dai Paesi produttori. Sarebbe quasi ironico, se non fossimo in presenza di una tragedia, assistere a questa timidezza dettata dalle lobby fossili, negli stessi giorni in cui il gas di Putin svolge un ruolo importante nell’impotenza europea (e italiana) di fronte alla crisi ucraina.

L’Europa rischia così di perdere un’occasione importante per rilanciare la sua economia e indebolisce la sua stessa leadership (ormai invero appannata) nella lotta ai cambiamenti climatici a livello globale. Ovviamente  ambientalisti e industria innovativa continueranno a battersi per obiettivi più ambiziosi, sia premendo sul Parlamento Europeo (che dovrebbe avere una posizione più avanzata) sia con iniziative in vista del Consiglio europeo di ottobre, che dovrà prendere la decisione definitiva in merito. Com’è noto il ruolo dell’Italia é assai importante, perché sarà il nostro presidente del Consiglio a presiedere quella riunione.

E le scelte del nostro Governo sino adesso non autorizzano alcun ottimismo: spalma incentivi sulle rinnovabili, rilancio delle trivellazioni (sic!), balbuzie su efficienza (ancora manca la stabilizzazione del bonus fiscale per le ristrutturazioni edilizie e il recente decreto di recepimento della vecchia Direttiva europea sull’efficienza presenta molte ombre). È con amarezza che dobbiamo osservare come il nostro Paese sia l’unico al mondo dove chi, in politica, si vuole caratterizzare come “innovatore”, non punta con forza sulla green economy. Da qui a ottobre manca molto poco, ma ci sarebbe ancora tempo per “cambiare verso”. Altrimenti andrà in fumo anche questa occasione con grave danno per l’ambiente, per l’occupazione e per il futuro d’Italia e d’Europa, anche qui – come sempre – strettissimamente intrecciate.