Energia solare dal deserto tunisino al Nord Europa, passando per l’Italia: c’è nuovo progetto

Ma è fuga da Desertec, e gli operatori britannici contestano i finanziamenti a progetti esteri

[21 ottobre 2014]

Il deserto del Sahara gode di una risorsa solare abbondante, e anche nella più piccola Tunisia ci sono vaste distese desertiche non abitate. TuNur è una partnership Sud-Nord tra un gruppo di investitori tunisini capeggiato da TOP Group e Glory Clean Energy (50%) e dalla company britannica Nur Energie (50%), e punta a sviluppare il primo progetto di sfruttamento dell’energia solare da esportare dall’Africa all’Europa, attraverso una interconnessione sottomarina tra la Tunisia e l’Italia. Un’interconnessione energetica che rianima vecchie speranze, guarda nella direzione di una Green Energy Union – che tanto bene farebbe all’economia europea –, ma che incontra ancora una volta nuove difficoltà.

Il progetto TuNur è formato da tre progetti complementari: la costruzione e la gestione di una centrale solare termodinamica da 2GW nel governatorato di Kébili; un cavo da 2GW in Hvdc, terrestre e sottomarino dalla Tunisia fino all’Italia; la vendita di elettricità a clienti europei. «Una volta iniettata nella rete italiana  – dicono alla TuNur –  l’elettricità può essere trasportata in altri Paesi europei quali la Germania, la Svizzera, la Francia e la Gran Bretagna. L’irradiazione solare, che in Tunisia è fino al 20% più elevata che nei migliori siti europei, rappresenta un importate potenziale per la realizzazione della grande centrale solare termodinamica (Csp) in un area desertica del sud-est della Tunisia con scarsissime attività economiche e dove il costo dei terreni è bassissimo rispetto all’entità del progetto, che dovrebbe occupare 10.000 ettari, solo lo 0.06% della superficie della Tunisia  e meno dello 0,2% del deserto tunisino. La tecnologia Csp permette di stoccare parte dell’energia prodotta, in modo tale che l’offerta sia “distribuibile” e il rifornimento di elettricità attivato  o disattivato su richiesta».

Il consorzio spiega dunque quali saranno le caratteristiche del cavo TuNur: «Trasmissione alta tensione in corrente continua (High voltage direct current – Hvdc); trasporto dell’elettricità dalla Tunisia verso l’Europa: una linea di trasmissione terrestre di una lunghezza di 450 km sarà costruita a partire dal sito della centrale fino alla costa nord della Tunisia; un cavo sottomarino di una lunghezza di 600 km trasporterà l’elettricità fino ad un punto di interconnessione ad alta capacità nel centro dell’Italia, a nord di Roma. A partire da questo punto di interconnessione, l’elettricità alimenterà la rete europea, evitando allo stesso tempo colli di bottiglia nella rete.  Il consorzio TuNur dice di aver già speso 10 milioni di euro per lo sviluppo del sito (studi tecnici e ambientali) e che a regime, entro il 2018 , sarebbe in grado di fornire elettricità fino a 2,5 milioni di case del Regno Unito. Per questo gli investitori hanno chiesto un finanziamento al governo britannico, trovandosi comunque davanti già numerosi concorrenti che puntano a importare energia verde da “oltremare” in Gran Bretagna.

A giochi fatti TuNur punta ad aggiudicarsi un contract for difference (Cfd) del governo britannico che, secondo i regolamenti pubblicati la scorsa estate dal Department for energy and climate change (Decc), permetterà agli sviluppatori di progetti di energia rinnovabile non basati nel Regno Unito di fare offerte per i contratti che garantiscono sussidi per l’alimentazione di energia.

Anche il Parlamento tunisino ha approvato leggi per facilitare l’esportazione di energia, e la BBC dice che «è stato raggiunto un accordo con l’operatore di rete italiano per collegare un cavo sottomarino dedicato ad una sottostazione vicino a Roma».

Kevin Sara, amministratore delegato di TuNur, ha confermato alla BBC che non si tratta di una fantasia: «Stiamo lavorando con alcune delle più grandi società di ingegneria al mondo. Si tratta di un progetto serio. Sì, è rischioso come è rischioso qualsiasi grande progetto energetico, ma non c’è nulla di nuovo nello spostare l’energia dal Nord Africa verso l’Europa. I gasdotti esistenti dall’Algeria che attraversano la Tunisia hanno operato senza disfunzioni attraverso la turbolenza che ha fatto seguito alla Primavera araba».

Il progetto TuNur è nel solco della gigantesca iniziativa tedesca Desertec, che puntava a produrre energia solare su larga scala in Nord Africa, sufficiente a fornire il 15% dell’energia dell’Unione europea entro il 2050. Un progetto forse un po’ troppo ambizioso, visto che richiedeva finanziamenti fino a 400 miliardi di euro, che in tempi di crisi si sono dimostrati difficili da trovare. Nei giorni scorsi, la maggior parte dei vecchi azionisti di Desertec, come Siemens e Bosch e lo stesso consorzio TuNur, hanno deciso di uscirne perché, come spiega Kevin Sara, «non stavamo andando da nessuna parte, in concreto. Tutti spingevano in direzioni diverse, non c’era gestione ma confusione e questo non stava aiutando la nostra causa. Abbiamo un progetto singolare, che stiamo cercando di realizzare. Siamo un consorzio industriale che sta cercando di sviluppare un’idea. Siamo in grado di fornire elettricità low-carbon, distribuibile nel Regno Unito, più a buon mercato dell’eolico off-shore e meno cara rispetto nucleare: tutto quello che stiamo chiedendo è la possibilità di allocare 2GW e vedere cosa ci si può fare».

Ma il governo liberal-conservatore britannico non sembra entusiasta dell’idea di importare energia solare made in Tunisia, e un portavoce del Decc ha commentato per la BBC: «Al fine di ridurre i costi per i consumatori britannici, qualsiasi futuro progetto non britannico deve poter competere per costo-efficacia con progetti nel Regno Unito prima di vedersi assegnato un contract for difference. Questo significa che i consumatori britannici devono ottenere l’affare migliore, non importa dove viene prodotta l’elettricità. Ci aspettiamo che tutta l’elettricità prodotta da qualsiasi progetto non britannico verrà utilizzata nel Regno Unito». E’ chiaro che così l’Italia e gli altri Paesi interessati dal passaggio del cavo e delle linee si troverebbero a fare solo i territori di transito, e magari ad affrontare le contestazioni di qualche comitato locale.

Anche l’industria fotovoltaica britannica sembra ansiosa di buttare acqua fredda sul solare termodinamico tunisino, soprattutto dopo che il governo di sua maestà ha deciso di tagliare gli incentivi alle energie rinnovabili e di finanziare il nucleare. Seb Berry, di Solarcentury, fa capire che dopo il colpo dato dal governo alle Renewables Obligation sarebbe difficile digerire finanziamenti governativi per importare energia rinnovabile dall’estero: «L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è dell’ulteriore incertezza a medio termine che si verrebbe a creare nei primi anni del prossimo Parlamento con qualsiasi decisione di portare avanti l’apertura del CFD scheme e del Levy Control Framework budget ai progetti stranieri».

Pesa ancora, inoltre, il traballante memorandum di intesa firmato nel 2013 tra i governi britannico e dell’Irlanda, per non parlare del progetto – anch’esso oggi in discussione –  di un cavo sottomarino lungo più di 1.000 Km che permetterebbe di fornire alle isole britanniche l’energia idroelettrica prodotta in Islanda.

Per l’energia importata con cavi sottomarini, sia che provenga dal caldo deserto tunisino sia dalla freddissima Islanda, in Gran Bretagna non sono certo tempi facili.