Eni, a Gela il cane a sei zampe resta a cuccia (e anche la sostenibilità)

Green economy significa che le raffinerie possono chiudere. Il problema è come, e chi lo decide

[29 luglio 2014]

È arrivato il giorno dello sciopero generale per i dipendenti del gruppo Eni, che corre dagli impianti di perforazione e raffinazione agli uffici amministrativi. Trentamila i lavoratori interessati, secondo le stime dei sindacati, che si aggiungono ai ventimila dichiarati ieri alla manifestazione di Gela. Dalla città sicula e dal suo impianto di raffinazione, a forte rischio chiusura, è partito l’attacco al molosso dell’energia italiana.

Come Cerbero, il cane dell’Eni oggi è un animale più facce. Quella internazionale ha i tratti distesi del successo: la multinazionale lanciata sotto la presidenza di Enrico Mattei e oggi guidata da Emma Marcegaglia e Claudio Descalzi è appena rientrata da un tour in Africa accompagnata dal premier Renzi in persona, rivendicando successi gestionali e determinanti scoperte in termini di nuovi giacimenti di idrocarburi da poter sfruttare nei decenni a venire nell’interesse del Paese (che a oggi, in modo diretto e indiretto, rimane l’azionista di riferimento dell’Eni).

Il volto dell’Eni che guarda all’interno dell’Italia è invece spaurito. Mentre il presidente del Consiglio rilancia contro ogni buon senso la volontà di trivellare nei mari e nei territori italiani alla ricerca delle ultime gocce di petrolio rimaste, Eni decide di chiudere parte dei propri impianti in quanto ritenuti non più redditizi. Quello di Gela è nella lista nera, nonostante esattamente un anno fa la multinazionale avesse promesso un investimento da 700 milioni di euro per “ammodernare” l’impianto.

In uno scenario a crescita zero, con i consumi (certo anche dei prodotti derivanti da petrolio) e la domanda energetica europea in picchiata da mesi, il gruppo Eni guarda altrove per macinare profitti a breve termine, e si paventa il sentore che voglia disfarsi delle sue raffinerie meno efficienti.

I vertici dell’azienda solamente dieci giorni fa smentivano ogni ipotesi di chiusura, ma l’agitazione dei sindacati è massima. Una situazione di grande incertezza, motivata dalla volontà dell’azienda di ritirarsi dagli impegni promessi, che reca danno anzitutto ai lavoratori del gruppo.

È giusto innanzitutto pensare alla tutela delle migliaia di loro famiglie: non è accettabile che un’azienda sotto il cappello dello Stato decida di investire i capitali a sua disposizione, tanti o pochi che siano, nel riacquisto – come comunica volentieri nei propri comunicati stampa – di proprie azioni sul mercato (con grande soddisfazione degli azionisti) piuttosto che nel rilancio industriale italiano, e al contempo possa permettersi di acuire l’emergenza occupazionale italiana. D’altra parte, viene spontaneo chiedersi se ancora ci sia voglia di progettare un futuro sostenibile per l’industria-paese nel suo complesso. La famosa riconversione ecologica può dirsi tale se la produzione e il consumo non cambiano? Se tutte le raffinerie continuano immutata la loro attività? Evidentemente no. Come ricorda il Sole 24 Ore, citando i dati dell’Unione petrolifera, nel 2014 «i consumi italiani dovrebbero attestarsi intorno a 56 milioni di tonnellate a fronte di una capacità di raffinazione di 99 milioni di tonnellate. Ci sarebbe quindi un eccesso di oltre 40 milioni di tonnellate, in pratica l’equivalente di 6/7 raffinerie come quella di Gela su un totale di 12, che l’esportazione non riuscirà mai ad assorbire».

In un futuro più sostenibile, è naturale pensare che le raffinerie possano chiudere, tutti sono d’accordo. Probabilmente anche Susanna Camusso, leader della Cgil, che oggi preferisce invece glissare: «Se si vogliono fare scelte di investimenti innovativi, penso al bio-fuel, questi – ha affermato – si affiancano non si sostituiscono alla raffineria». Il problema è che il futuro ci ha fregato divenendo presente, e il mercato sta facendo il lavoro sporco senza che una politica industriale riesca a tenerlo al guinzaglio. Puntando ai biocombustibili e alle bioplastiche, al riciclo della plastica anziché ai materiali vergini, alla bonifica degli impianti ormai obsoleti con l’impiego della stessa forza lavoro che prima li faceva funzionare. Pensando, soprattutto, alla riconversione non solo dell’impianto, ma anche delle professionalità verso lavori più verdi. Un’opera che costa capitali economici, certo, ma soprattutto capitali politici.

A Gela la terza faccia del Cerbero-Eni preferisce nascondersi, e lo Stato con lei.