Eni inaugura Goliat nel Mare di Barents, ma il giacimento di petrolio produce in perdita

Oggi il Cane a sei zampe lancia Sdsn Italia, parte del network Onu per lo sviluppo sostenibile. Ipocrisia, o primi passi verso nuove priorità?

[14 marzo 2016]

goliat eni

Al largo della Norvegia, in una zona priva di ghiacci del Mare di Barents (esattamente 85 km a nord ovest di Hammerfest), l’Eni ha avviato ieri la produzione del giacimento di petrolio Goliat: il primo ad entrare in funzione in quel mare freddo quanto delicato.

Sotto il profilo tecnologico, si tratta dell’ennesimo successo della multinazionale italiana, che si dimostra una volta di più ai vertici del proprio settore. «Goliat – assicurano dal Cane a sei zampe – è stato sviluppato attraverso la più grande e sofisticata unità galleggiante di produzione e stoccaggio cilindrica (Fpso) al mondo, che ha una capacità di 1 milione di barili di olio e che è stata costruita con le più avanzate tecnologie per affrontare le sfide tecnico-ambientali legate all’operatività in ambiente Artico».

In particolare, la produzione avverrà «attraverso un sistema sottomarino composto da 22 pozzi (17 dei quali già completati), di cui 12 sono pozzi di produzione, 7 serviranno a iniettare l’acqua nel giacimento e tre per iniettare gas. Goliat, inoltre, utilizza le soluzioni tecnologiche più avanzate per minimizzare l’impatto sull’ambiente». Scendendo nei dettagli, da Eni spiegano che «Goliat riceve energia elettrica da terra per mezzo di cavi sottomarini, il che permette di ridurre le emissioni di CO2 del 50% rispetto ad altre soluzioni, mentre l’acqua e il gas prodotti sono re-iniettati nel giacimento».

Questo, ovviamente, soltanto in fase di estrazione. Eni, che è presente in Norvegia dal 1965 dove opera attraverso la controllata Eni Norge AS, grazie a Goliat andrà praticamente a raddoppiare la propria produzione nel Paese scandinavo, nel 2015 pari a 106 mila barili equivalenti al giorno. Secondo le stime, infatti, il giacimento Goliat contiene riserve pari a circa 180 milioni di barili di petrolio, e la produzione raggiungerà i 100mila barili di olio al giorno (65mila dei quali in quota Eni, mentre il resto andrà all’azienda statale norvegese, Statoil). Petrolio che, una volta bruciato, di CO2 ne emetterà eccome, contribuendo alla folle corsa del cambiamento climatico.

Oltre agli impatti ambientali certi – diretti e indiretti – di Goliat, oltre al possibile incubo di incidenti in un ecosistema già fragile, oggi forti dubbi aleggiano anche sulla sostenibilità economica dell’opera. Nella nota ufficiale diffusa dalla multinazionale si afferma che «l’avvio di Goliat rappresenta una tappa importante nel piano di crescita di Eni e contribuirà in modo significativo alla generazione di cash flow», ma l’ad di Eni – Claudio Descalzi – ha puntualizzato: «Se mi avessero proposto questo progetto ora probabilmente avrei detto di no. La produzione è redditizia con un petrolio dai 50 dollari in su».

Dopo forti deprezzamenti e ormai imprevedibili oscillazioni di prezzo, oggi il petrolio oscilla attorno ai 40 dollari a barile: i 100mila barili che verranno estratti da Goliat ogni giorno, per il momento lo saranno in perdita. Andando a inondare i mercati con una nuova iniezione di oro nero, paradossalmente Goliat contribuirà a mantenere bassi i prezzi del greggio, e dunque a prolungare la propria agonia. Senza interventi correttivi (dei quali una carbon tax globale rappresenterebbe l’esempio più intelligente), per abbattere Golia stavolta non sarà neanche necessario si presenti un Davide. Ci penserà da solo a cadere.

Eppure un’alternativa c’è, e anche all’Eni non possono non averla individuata. Dopo l’annuncio dell’entrata in funzione di Goliat, ieri, oggi la Fondazione Eni Enrico Mattei – da sempre all’avanguardia per quanto riguarda l’economia dell’energia – ospita l’evento di lancio del network Sdsn Italia. Come sapranno bene i lettori di greenreport, si tratta del network fondato nel 2012 dal segretario Onu  per mobilitare il mondo della ricerca e dell’innovazione per la promozione di soluzioni concrete sulle diverse problematiche di sviluppo sostenibile, inclusa la promozione dei Sustainable development goals (Sdgs) su scala locale, regionale e globale. L’economista Jeffrey D. Sachs, che presiede a livello internazionale il network, ha oggi ufficialmente annunciato la costituzione del nodo italiano della rete, Sdsn Italia, che opererà sotto l’egida e in coordinamento con il già esistente network regionale Sdsn – Med guidato dal rettore dell’università di Siena, Angelo Riccaboni.

Com’è possibile inaugurare ieri il primo giacimento di petrolio nel Mare di Barents, oltretutto producendo in perdita, e farsi oggi promotori dello sviluppo sostenibile? C’è chi senza esitazione bollerebbe il voltafaccia come pura ipocrisia, e potrebbe pure avere ragione. Ci sono buoni motivi – economici, oltre che ambientali – per pensare, invece, che si tratti di primi passi verso un cambio di strategia e priorità. Anche un Golia può riuscire a redimersi.