Eurostat: rifiuti urbani in picchiata, ma i dati sono inaffidabili

Nel nuovo report l’andamento della quota Ue procapite dal 1995 al 2013

[26 marzo 2015]

Ogni cittadino dell’Unione europea ha prodotto nel 2013 – in media – 481 kg di rifiuti urbani, una percentuale più bassa dell’8,7% rispetto al picco dei 572 kg procapite registrati nel 2002. Eurostat ha diffuso oggi i dati in una nota ufficiale, sottolineando enfaticamente come dal 2007 la produzione di rifiuti urbani procapite sia costantemente diminuita nell’Ue, fino ad abbassarsi ai livelli di metà anni ’90. Il 31% di questi rifiuti finirebbe in discarica, il 28% riciclato (o meglio, avviato a riciclo), il 26% incenerito e il 15% compostato.

Si tratta di un buon risultato? Come sempre, dipende in gran parte da come si sceglie di piegare questi numeri. A partire da una considerazione fondamentale: come denunciamo da anni, e come la stessa Ue riferisce all’interno dei suoi rapporti, si tratta purtroppo di dati inaffidabili. Si prenda l’esempio italiano, dove la contabilità sui rifiuti presenta molteplici falle: basti pensare al tema degli assimilabili, dove imperare da anni è una confusione pervasiva. Oppure, spaziando su altri fronti, la contabilità inerente le raccolte differenziate (e via andare), che cambia da una regione a un’altra e per la quale non ci sono validazioni dei dati (tranne in Toscana), rendendo così assai difficoltoso qualsiasi tipo di confronto critico. Si moltiplichi anche solo una frazione di questo caos per i 28 Paesi che compongono l’Ue, e si comprenderà la velleità delle pur volenterose statistiche, che hanno bisogno di una base omogenea e affidabile di dati su cui potersi sviluppare.

Detto questo, i numeri diffusi da Eurostat hanno comunque il merito di delineare una tendenza. Meglio comunque metter da parte i toni trionfalistici; spulciando il rapporto completo si nota come nell’Ue la produzione di rifiuti urbani procapite (i rifiuti speciali, che in Italia sono 4 volte gli urbani, sono fuori dal computo di quest’analisi) non sia diminuita dal 1995 al 2013, ma sia di poco aumentata: in tutto del 2%, e con grandi differenze tra un Paese e l’altro – in Italia, ad esempio, l’aumento è stato dell’8%.

Nello stesso periodo, la crescita economica si è mossa con altri ritmi: nell’Eurozona il Pil è salito del 30,1% (in Italia si è fermato al 10%), mentre il tasso annuale medio di crescita dell’intera Ue è stato dell’1,8%.

I dati crudi sui rifiuti urbani suggeriscono dunque come sia in atto nell’Ue un disaccoppiamento relativo tra crescita del Pil e monnezza: il primo è saluto più velocemente. Attenzione, non si tratta di disaccoppiamento assoluto – che sarebbe ben più rilevante – ma ci saremmo vicini.

Le buone notizie però finiscono qui. Per l’interpretazione di questi dati risulta determinante l’impatto della crisi economica, che ha investito pesantemente l’Ue dal 2008 a oggi. Nel WAS Annual Report recentemente prodotto da Althesys, con focus sull’Italia, si afferma ad esempio con grande chiarezza come la diminuzione dei rifiuti urbani nostrani negli ultimi anni «sia da attribuire più alla recessione che a cambiamenti strutturali».

È utile poi ricordare che, se si guarda all’impatto dell’economia europea sulle risorse naturali piuttosto che ai rifiuti urbani prodotti, la prospettiva diventa ancor più incerta: «Non ci sono prove – si legge nell’ultimo Rapporto ambientale dell’Unione europea – che l’uso delle risorse in Europa sia disaccoppiato dalla crescita economica in termini assoluti». Sottolineare con forza i (molti) risultati positivi che l’Europa ha raggiunto in campo ambientale negli ultimi anni è dunque non solo un diritto ma anche un dovere per media e istituzioni; l’importante però è non dimenticare quant’altro rimane ancora da fare.