Fiat Chrysler: Trump non ha nulla a che fare con i nuovi posti di lavoro nelle fabbriche Usa

Dal 2009 la multinazionale ha investito 9.6 miliardi di dollari e ha creato 25.000 posti di lavoro negli Stati Uniti

[10 gennaio 2017]

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L’8 gennaio la FCA US, la casa madre di Fiat e Chrysler, ha annunciato che investirà  1 miliardo di dollari per ampliare le sue fabbriche in Michigan e Ohio e che questo creerà 2.000 nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti.

In Italia si è detto subito che questa mossa era il frutto del neo-potezionismo di Donald Trump che, anche se non è ancora entrato alla Casa Bianca, starebbe mettendo in riga le multinazionali.

A sostegno di questa tesi vengono riportate una dichiarazione dell’amministratore delegato della FC, Sergio Marchione, che a margine del Detroit Motor Show, ha detto: «Fiat Chrysler potrebbe essere costretta a chiudere gli stabilimenti in Messico se il presidente Usa Donald Trump dovesse tener fede alla promessa di applicare pesanti dazi sui veicoli importati dal Paese sudamericano. Se verranno imposti dei dazi e se questi saranno abbastanza alti è possibile che la produzione di qualsiasi cosa in Messico diventi antieconomica e noi dovremmo ritirarci».

Si è voluto poi legare quel che era scollegato, e un’ipotesi con una certezza. Infatti, la FCA US subito dopo l’annuncio aveva chiarito che investimenti e posti di lavoro Michigan e Ohio sono semplicemente la seconda fase di un piano di espansione che era stato presentato nel 2015 e che fa seguito a investimenti miliardari precedenti, concordati con l’amministrazione Obama, che avevano creato migliaia di posti di lavoro.

Il portavoce di FCA, Jodi Tinson, ha dichiarato a Bryce Covert di ThinkProgress: «Questo piano fa parte del lavoro iniziato nel 2015. Questo annuncio […] era solo la conferma finale». Quando la Covert gli ha chiesto se era vero che «la politica e le elezioni hanno avuto alcuna influenza sull’annuncio», Tinson ha risposto: «Corretto».

Ma questo non ha impedito che, senza tener conto del contesto, il presidente eletto Donald Trump il 9 gennaio  twittasse: «È finalmente successo: Fiat Chrysler ha appena annunciato l’intenzione di investire $ 1 miliardo negli  impianti di Michigan e Ohio, creando 2000 posti di lavoro». Poi ha aggiunto: «Ford ha detto la settimana scorsa che si espanderà nel Michigan e negli U.S. invece di costruire un impianto da miliardi di dollari in Messico. Grazie Ford e Fiat C!»

Un amo al quale hanno abboccato in molti.  Infatti, un anno fa, la FCA aveva annunciato nel suo Business Plan Update 2014-2018   che era in corso un  nuovo cambiamento tra i consumatori Usa che tornavano a preferire Suv e truck  rispetto alle auto e che c’era una maggiore richiesta di veicoli di grandi dimensioni come Wrangler e Grand Cherokee. Quindi la multinazionale guidata da Marchionne si era impegnata espandersi più velocemente negli Stati Uniti e a riallineare la sua produzione cominciando a produrre  più pickup e jeep dalla fine del 2017. Il tutto potenziando le fabbriche esistenti e aumentando l’organico.

La FCA ha avviato il progetto nel luglio 2016 e già allora aveva fatto un investimento di oltre 1 miliardo di dollari nelle fabbriche dell’Illinois e dell’Ohio, con 1.000 nuovi posti di lavoro, e di 1,5 miliardi di dollari in una fabbrica dl  Michigan, con 700 posti di lavoro in più.

Come ribadisce la Covert, «l’annuncio di lunedì, quindi, è la seconda fase di questo processo e una conferma di questi piani in corso». La FCA spiega di aver  già investito più di 9.6 miliardi di dollari nelle fabbriche Usa e di aver creato 25.000 nuovi posti dal 2009, cioè con l’amministrazione Obama.

Trump, circondato da un team di feroci neoliberisti all’estero e protezionisti in casa,  sembra voler dare l’impressione di governar con un tweet le multinazionali che pure hanno abbondantemente foraggiato la sua candidatura e i repubblicani. Dietro l’apparenza, molto sembra spiegarsi con del mero marketing politico, anche se con l’aggiunta di una buona dose di “paura” da parte delle grandi compagnie che, evidentemente, a volte temono di ferirsi le dita con il guinzaglio tenuto troppo stretto sulla politica.

L’impressione che se ne ricava dalla lettura dei giornali è paradossale: gli spiriti animali del capitalismo imbrigliati da quello che può ritenersi un campione della rendita speculativa mondiale, da un super-palazzinaro carico di debiti e oppresso da giganteschi conflitti di interesse, che ha nominato come suoi collaboratori  alcuni dei rappresentanti più “cattivi” di quelli  stessi spiriti animali.

Quindi, basterebbe qualche tweet (perché poi di quelli si sta parlando…) per indirizzare gli ingovernabili mercati. Tutti ammirati: compresi quelli che fino a ieri rispondevano con il mantra “lo vuole il mercato”, oppure “lo decide il mercato” o “vediamo come reagirà il mercato”.

Come fa notare  ThinkProgress, quella di Trump con la FCA è la stessa dinamica usata la settimana scorsa con la Ford: «La compagnia ha detto che stava abbandonando il progetto di costruire un nuovo stabilimento in Messico e che invece investirà 700 milioni di dollari in un impianto del Michigan, con  la creazione di 700 posti di lavoro. Trump ha twittato rapidamente i suoi ringraziamenti e ha detto che l’annuncio “è solo l’inizio”».

Ma l’amministratore delegato della Ford, Mark Fields, ha risposto che la decisione sarebbe stata presa indipendentemente dal risultato delle elezioni. D’altronde Trump a dicembre si era già intestato il merito della decisione della Sprint per riportare la produzione negli Usa e di creare 5.000 posti di lavoro e dell’annuncio della start-up satellitare OneWeb di assumere 3.000 persone, nonostante il fatto che entrambi gli investimenti fossero già stati annunciati molto prima che Trump vincesse le elezioni.

Insomma, Trump sembra un maestro della “post verità”, sfacciatamente efficace. Si capisce perché le multinazionali facciano finta di abboccare: il tempo dirà per quanto.