A greenreport Paul Ekins, direttore dell’Institute for Sustainable Resources all’University College London, oggi all’ateneo di Siena per il workshop “Financialisation and sustainability”

La finanziarizzazione delle risorse non è finita nella crisi dell’Europa

«Da sola l’innovazione va ovunque si facciano soldi. Se vogliamo sia verde serve regia politica»

[8 settembre 2014]

I prezzi reali delle risorse sono cresciuti in media più del 300% solo tra il 1999 e il 2011, come ha sottolineato l’uscente commissario europeo all’Ambiente. Allo stesso tempo, anche la loro volatilità è aumentata. Quanto hanno a che fare questi trend con la finanziarizzazione delle commodities? 

«Non sono un esperto di finanziarizzazione, ma risponderei che la prima causa nella crescita dei prezzi delle risorse è la crescente domanda, soprattutto da parte delle economie emergenti e in particolare della Cina. Non è possibile generalizzare però parlando indistintamente di commodities, dipende dai vari mercati. Anche la volatilità è difficile da spiegare, sono molte le possibili cause: la speculazione può influenzarla, senz’altro. A luglio 2008, ad esempio, il prezzo del petrolio schizzò in alto a 148 dollari a barile, e molti pensarono alla speculazione come responsabile, ma è difficile esserne sicuri. La finanziarizzazione può inoltre avere anche un ruolo positivo, favorendo l’aumento degli investimenti nelle commodities e l’innovazione tecnologica nel settore, facendo indirettamente diminuire i prezzi delle risorse. In ogni caso probabilmente questi cresceranno ancora insieme alla loro offerta, ma se è possibile economicamente non lo è detto che lo sarà ecologicamente: ci sono dei limiti ecologici da rispettare».

Quanto incide, oggi, la finanziarizzazione sul mercato e sui prezzi delle risorse? 

«Dipende dai mercati cui si guarda. Quelli del petrolio e gas, ad esempio, sono già oggi estremamente finanziarizzati, è difficile pensare come possano diventarlo ancora di più. Ci troviamo però in una situazione dove la spinta a trovare ed estrarre nuove risorse anche nelle aree dove è più difficile estrarle: nella profondità degli oceani, o dalle sabbie bituminose. Forse il sistema finanziario avrà una grande influenza nel facilitare l’accesso a queste risorse, che sono meno sicure e richiedono più investimenti. Ma i rischi ambientali di questa dinamica sono enormi. Gli incidenti capitano, l’abbiamo visto nel Golfo del Messico: se un simile disastro accadesse nell’Artico le conseguenze sarebbero ben peggiori. In quell’area, ad esempio, dovrebbe essere istituita un’area protetta, dove sia impossibile estrarre petrolio».

Di tutte le commodities, oggi quelle che più sembrano preoccupare l’Europa sono proprio quelle energetiche, la cui sicurezza nell’approvvigionamento è minata da molteplici crisi geopolitiche, quella ucraino-russa in testa. Come pensa che l’Ue dovrebbe reagire davanti a questa minaccia?

«La domanda di energia nell’Unione europea è molto interessante in questa fase storica. Dalla Rivoluzione industriale a oggi alla crescita del Pil è corrisposto un più alto utilizzo dell’energia, ma in alcuni paesi – come la Germania o l’Uk – questa dinamica non è più così accentuata; una combinazione di prezzi più alti e una maggiore efficienza energetica hanno contribuito al cambiamento. Quando poi l’economia non cresce, come nell’Italia di oggi, anche la domanda di energia rimane al palo: anche in questo caso occorre reagire facendo un miglior uso dell’energia e delle altre risorse, aumentando l’efficienza. La stessa strategia rimane una delle migliori risposte alla crisi russo-ucraina, avendo effetto sia sulla sicurezza energetica che nello stimolo di nuovi investimenti economici. L’attuale quadro geopolitico può avere effetti anche sull’estrazione da nuovi giacimenti di petrolio e gas in aree ecologicamente delicate. Tornando all’Artico, oggi molti paesi – Russia interna – rivendicano il diritto di sfruttarne le risorse. Non c’è un trattato internazionale che lo difenda, ma la politica può esercitare la sua influenza. Putin per accedere all’Artico ha bisogno di grandi compagnie non russe e delle loro tecnologie: le sanzioni internazionali per la crisi russo-ucraina danneggeranno la possibilità della Russia di sfruttare l’Artico».

La storia dell’innovazione economica, come evidenziato anche dall’economista Mariana Mazzucato nel suo best-seller Lo Stato innovatore, trae una spinta fondamentale dal settore pubblico. Crede che questo genere di evoluzione sia valido anche per il progresso di economia più sostenibile?

«Conosco bene Mariana Mazzucato, abbiamo lavorato insieme. I suoi argomento sullo Stato imprenditore sono ancora più importanti per la sostenibilità ambientale, perché una gran parte degli impatti sull’ambiente non vengono inclusi nel calcolo economico, un fenomeno ben conosciuto sotto il nome di esternalità ambientali. Personalmente ho lavorato molto sui problemi dell’eco-innovazione, e oggi in particolare all’interno di un progetto di ricerca a livello europeo: è assolutamente chiaro che lo Stato ha un ruolo fondamentale per influenzare l’innovazione e le strade che può prendere.

Da sola, l’innovazione va nella direzione dove si possono fare più velocemente soldi, gli innovatori vogliono profitti. Da sola, l’innovazione è cieca al resto. Se voglio un’innovazione verde, che aumenti l’efficienza nell’utilizzo delle risorse, serve una politica per indirizzarla. Questa è il tipo di politica che ci serve. Per farlo, una leva importante sono le tasse ambientali.

In Italia è in corso un grande dibattito in merito, portato avanti da economisti come Aldo Ravazzi (senior economist al ministero dell’Ambiente, ndr). È necessaria una riforma della fiscalità che aumenti le tasse ambientali per diminuire quelle sul lavoro, rendendolo meno costoso e dunque favorendo l’aumento dell’occupazione. Lasciando invariato il bilancio pubblico, si stimola al contempo l’efficienza nell’utilizzo delle risorse ambientali; è una raccomandazione importante dell’Unione Europea, ma la politica fiscale  materia dei singoli stati membri e sta a loro agire, Italia compresa».

In Europa oggi l’economia è già ferma, a crescita pressoché zero. Questo porta minori consumi energetici e materiali, ma ha anche incrementato disoccupazione e disuguaglianze. Quale politica economica suggerirebbe per far reagire il Vecchio continente?

«Ci sono quattro grandi direzioni per promuovere lo sviluppo economico e salvaguardare l’ambiente. Innovazione verde, soprattutto nell’ambito dell’energia e delle altre risorse (e il loro riciclo). Infrastrutture verdi, come quelle per poter rendere più efficiente la mobilità urbana: a Napoli, dove sono stato quest’anno in vacanza, si vive l’esperienza di una città magnifica, ma per un autobus è possibile dover aspettare mezz’ora.

Poi l’efficienza delle risorse, con tante politiche possibili per stimolarla, in primis la fiscalità ambientale di cui sopra. Infine, credo sia necessaria una Tobin tax, una tassa sulle transazioni finanziarie così modesta da non intaccare l’economia reale, ma utile a stabilizzare il settore finanziario: è per la sua azione di lobbying se ancora non è stata introdotta in modo organico, ma la tassa potrebbe essere utile anche per contribuire a sanare i bilanci statali.

Tutte queste strategie da sole però non bastano. Devono essere applicate all’interno di un contesto macroeconomico robusto. Abbiamo bisogno di una strategia definita per superare la crisi, e questo è un problema per molti Paesi, anche in Italia».