Presentato a Milano dal premier Renzi e dal ministro Calenda

Che fine ha fatto l’economia circolare nel Piano nazionale Industria 4.0?

13 miliardi di euro in sgravi fiscali alle imprese, la politica industriale rinuncia allo Stato innovatore

[22 settembre 2016]

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Dopo mesi di preparazione il Piano nazionale Industria 4.0 è stato presentato ieri a Milano, alla presenza del premier Matteo Renzi e del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda. Il «frutto del lavoro di sei ministeri e della presidenza del Consiglio» si riassume in 19 slide – ormai prassi governativa – che nelle parole del ministro Calenda si articolano attorno a «un intervento da 13 miliardi di risorse pubbliche per attivare investimenti innovativi con incentivi fiscali», spalmati da qui al 2020. Intanto nella legge di Stabilità 2017 è certo l’inserimento di una piccola frazione di tale ammontare, 900 milioni di euro, per finanziare il Fondo centrale di garanzia per i crediti delle imprese. Il resto figura come ammontare cumulativo, suddiviso lungo due direttrici chiave: investimenti innovativi e competenze.

Quest’ultima prevede uno stanziamento di risorse pubbliche pari a 700 milioni di euro da investire in varie voci, dall’implementazione del Piano nazionale scuola digitale all’incremento dei dottorati di ricerca dedicati alle tecnologie proprie dell’Industria 4.0. Sotto la voce “investimenti innovativi”, da 13 miliardi di euro, non si trova in realtà nessuna voce dove sia lo Stato a muoversi come investitore iniziale, facendosi così carico dell’elevato rischio d’impresa che caratterizza i processi realmente innovativi – tenendo tradizionalmente alla larga i privati –  ma apre sovente le strade a tecnologie rivoluzionarie. Al contrario, si tratta di sgravi fiscali (iperammortamento al 250%, credito d’imposta alla ricerca, detrazioni fiscali al 30% per le Pmi, etc) che si auspica riescano a portare nuova verve tra gli investitori privati.

Sotto questo profilo, il Piano nazionale Industria 4.0 si mostra dunque in chiaroscuro. Da una parte, rimane il primo sussulto di politica industriale dopo anni di colpevole immobilismo. Dall’altro, non si discosta da un profilo rinunciatario, lontano da quello Stato innovatore descritto magistralmente da economisti come Mariana Mazzucato. Non mancano aspetti lodevoli – come l’apertura della Cabina di regia Industria 4.0 alle parti sociali e ad eccellenze accademiche come i Politecnici di Bari, Milano e Torino, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e la Crui –, quanto la volontà di contribuire in modo forte a determinare le linee di sviluppo dell’Industria 4.0, fondamentale per un paese manifatturiero come il nostro.

Ne è un chiaro esempio, purtroppo, la scomparsa di qualsiasi accenno al tema dell’economia circolare, invece ben presente all’interno dell’indagine conoscitiva propedeutica al Piano nazionale Industria 4.0 portata avanti dalla commissione Attività produttive della Camera. Nelle slide del ministero l’unico accenno al tema figura tra i “benefici attesi” dell’Industria 4.0, ovvero «migliore qualità e minori scarti mediante sensori che monitorano la produzione in tempo reale».

Nel documento elaborato a Montecitorio si affermava chiaramente come la nuova industria manifatturiera italiana dovrebbe «comportare riduzione di inquinamento, fabbisogno energetico, costi di trasporto merci e scarti da imballaggio». Per questo, osserva la Camera, «la necessità di un graduale ma inevitabile passaggio da un’economia lineare alla cosiddetta circular economy comporta un cambio di paradigma nella definizione dei prodotti e dei processi manifatturieri che devono essere gestiti e monitorati lungo tutto il loro ciclo di vita». La nuova Industria 4.0 italiana si muoverà su queste direttrici? La risposta rimane in mano alle singole imprese.