Floramiata verso l’obiettivo carbon free, grazie alla geotermia

La nuova vita dell’azienda florovivaistica nata per la ricollocazione degli ex minatori dei giacimenti di mercurio del monte Amiata

[24 ottobre 2018]

La storia di Floramiata inizia a metà degli anni ’70 del secolo scorso, quando – a cause delle inaccettabili ricadute sanitarie e ambientali di quest’attività – andò in crisi l’industria estrattiva del cinabro per la produzione del mercurio.

L’azienda floricola amiatina sorse, infatti, in base a un piano di riconversione dell’attività mineraria concepito da ENI, con l’idea di utilizzare la geotermia naturalmente presente nel sottosuolo per riscaldare le serre e produrre piante ornamentali di origine tropicale, trasformando così gli ex minatori in floricoltori.

Da allora Floramiata – questo il nome dell’azienda – ha vissuto alterne vicissitudini, compreso un fallimento nel 2015, ma è riuscita adesso a risorgere puntando a un obiettivo ambizioso: ovvero – come annunciato in occasione del Floramart 2018, la 69esima edizione del salone internazionale del florovivaismo –  diventare la prima azienda floricola europea “carbon free”, un primato che significa non immettere CO2 nell’ambiente in più di quella che se ne sottrae.

È passato poco più di un anno da quando un pool di aziende costituito da Findeco S.p.A., Giorgio Tesi Group, F.lli Barile S.p.A., Gruppo Bisceglia e LMS Energia ha dato nuova vita a Floramiata, che nei giorni scorsi è stata anche tra i protagonisti di Terra Madre Salone del Gusto, la kermesse slow food alla quale ha partecipato presso lo stand presieduto da CoSviG (il Consorzio per lo Sviluppo delle Aree Geotermiche) in collaborazione con Slow Food Toscana, presentando il proprio futuro che oltre alle piante ornamentali comprende un nuovo orizzonte nel campo alimentare con la produzione di piante certificate di frutta in guscio e microalghe. Tutto nell’orizzonte carbon free.

Ad oggi sono 100 i dipendenti che lavorano in Floramiata, azienda di 127 ettari, 27 dei quali riscaldati grazie alla geotermia: utilizzando questa fonte rinnovabile sono 12.870 le le tonnellate/anno di gasolio risparmiate – pari al 9% dell’intero fabbisogno della provincia di Siena per l’anno 2017 – 40.600 le tonnellate di CO2 non prodotte usando l’energia geotermica al posto del gasolio e 1.000 le tonnellate di CO2 catturata dalle piante (pari a quella fissata da 90 ettari di castagneto).

Come funziona il riscaldamento geotermico in ambito serricolo? Come spiega l’ex responsabile geotermia Enel Green Power Massimo Montemaggi, intervenendo all’interno del nuovo catalogo Floramiata, all’interno del «Comune di Piancastagnaio, nella zona di “Casa del Corto”, Enel Green Power cede calore al complesso serricolo di Floramiata, che conta oltre 27 ettari di serre coperte e scaldate per la coltivazione di piante ornamentali. Questa iniziativa, partita fin dagli anni ’90, è stata migliorata e potenziata, grazie alla realizzazione di un nuovo “termodotto”, che consente il trasferimento dell’energia termica in eccesso, dalla centrale Piancastagnaio 3, fino all’area di “Casa del Corto”, l’opera consente di assicurare la fornitura di calore, in modo stabile e sicuro alla temperatura di 70-80 °C».

È grazie al contributo della geotermia che Floramiata parte da una situazione favorevole per il raggiungimento dell’obiettivo carbon free, oltre al fatto che a partire dal 2017 il nuovo management ha scelto di acquistare sul mercato energia elettrica certificata rinnovabile e carbon free.

Partendo da questi presupposti Floramiata si è dunque posta un traguardo ambizioso sul tema della sostenibilità ambientale, e ha deciso di dotarsi autonomamente di uno strumento di controllo e monitoraggio delle emissioni di gas serra, dando vita ad un Progetto che prevede la verifica e la successiva certificazione della riduzione delle emissioni di CO2 con l’obiettivo di portare l’azienda ad essere definita la prima azienda florovivaistica italiana carbon free. Per raggiungere il target, le emissioni di CO2 dello stabilimento dovranno essere pari a zero, ovvero l’azienda dovrà dimostrare che le emissioni che genera durante il ciclo di produzione sono compensate dalla capacità di riassorbimento delle piante a cui dà vita.