Ciafani (Legambiente): «Serve scatto di reni per certezza regole e trasparenza flussi»

Forum rifiuti, tutto quello che (non) sappiamo sull’economia circolare in Italia

L’economia italiana consuma 400 milioni tonnellate/anno di materie prime e ne produce 160 di scarti. Il «90% dei rifiuti rimane nel cono d’ombra»

[21 giugno 2016]

produzione rifiuti italia

L’economia circolare è stata la grande protagonista della prima giornata del Forum rifiuti, che ha aperto oggi la sua terza edizione a Roma. All’apertura di questa nuova Conferenza nazionale sui rifiuti, organizzata da Legambiente, Editoriale La nuova ecologia e Kyoto club (in partenariato con il Coou, le enormi potenzialità della green economy italiana si sono mostrate per quelle che sono: dispiegate soltanto in parte, e in maggioranza ancora latenti per mancanza di chiarezza. Chiarezza normativa certamente, ma anche chiarezza nella raccolta e diffusione dei dati, non ancora all’altezza di una realtà complessa come quella dell’economia circolare.

Un tema che affrontiamo da sempre su queste pagine, e che viene affrontato con abbondanza d’argomentazioni nel nuovo rapporto Materia rinnovata. Quanto è circolare l’economia: l’Italia alla sfida dei dati, elaborato dalla rivista Materia Rinnovabile (Edizioni Ambiente) in collaborazione con Legambiente e presentato proprio al Forum rifiuti. Il report, che dal prossimo anno – in mancanza di attori istituzionali che se ne prendano l’incarico – ha l’ambizione di – misurare «la crescita dell’economia basata sulla rinascita della materia», approfondisce nel mentre un annoso quanto ignorato, gigante problema.

«Su nove decimi circa dei rifiuti che complessivamente si producono in Italia – ricorda il rapporto – si hanno informazioni poco chiare o contrastanti. In alcuni settori produttivi non ci sono dati sulla destinazione degli scarti, in molti altri i conti non tornano. L’attendibilità delle cifre diventa sfuggente a causa di autocertificazioni, deroghe, rischi di doppio conteggio. Poco sappiamo soprattutto del destino dei circa 130 milioni di tonnellate di materiali che fuoriescono da aziende e altri settori produttivi: l’attenzione è concentrata solo su una parte dei 30 milioni di tonnellate di scarti che vengono dalle città su un totale complessivo di 161 milioni di tonnellate di rifiuti (dati Ispra 2013, ndr)».

Così, quasi il «90% dei rifiuti rimane nel cono d’ombra». Un’enorme massa di materiali nella quale è «contenuta non solo una potenziale bomba ambientale ma anche una vera e propria miniera di materie riutilizzabili per cui si rende invece difficile una ‘second life’». Ciclopico spreco di risorse, o in alternativa, miniera per fare arricchire le ecomafie.

Per stroncare questo circolo vizioso il giustizialismo poco aiuta, mentre sarebbe fondamentale portare alla luce del sole la reale dimensione non solo dei rifiuti italiani, ma di tutti i flussi di materia che attraversano la nostra economia. Si tratta di indicazioni note, ma puntualmente ignorate. Sui rifiuti speciali, il presidente dell’Ispra si è già espresso chiaramente: «La certezza dell’informazione nel nostro Paese è un’utopia». Per quanto riguarda i rifiuti urbani, dove si concentra la massima attenzione pubblica nonostante siano un’esigua minoranza, la situazione è leggermente migliore anche se certo non soddisfacente. Atteso dal 1997 (decreto Ronchi), nel Paese ancora non è stato formulato un metro comune a tutto il territorio per contabilizzare la raccolta differenziata, con il risultato che ognuno mostra i dati che vuole. Di conseguenza, anche i dati ufficiali riportati da Ispra, Istat o Eurostat non possono che mostrare – non certo per colpa di tali istituzioni – ampi margini d’incertezza. Anche pochi giorni fa il Senato italiano, che giustamente ha fatto notare nei giorni scorsi una simile incoerenza a livello europeo, si è “dimenticato” di evidenziare le enormi lacune del sistema italiano.

Ironia della sorte, seguiamo con trepidante attesa ogni oscillazione percentuale del Pil o del debito pubblico – oscillazioni che possono portare anche a severe sanzioni da parte europea, se del caso – mentre ignoriamo del tutto i fondamentali materiali che fanno muovere la nostra economia. I conti, si legge nel report, sono presto fatti: «In Italia il sistema produttivo ha un input complessivo di 560 milioni di tonnellate annue di materia prima (dato 2012) e un output che negli ultimi anni oscilla attorno ai 160 milioni di tonnellate di rifiuti. Ci sono quindi 400 milioni di tonnellate di materia che possono riapparire sotto forma di prodotti; oppure evaporare (fisicamente o metaforicamente) durante i processi di lavorazione, di consumo, di trasporto. Una vera e propria miniera di materie prime a cui ancora difficilmente si attinge o addirittura si pensa».

Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa a quale porto vuol approdare, avvertiva già duemila anni fa Seneca, e nel frattempo non sembra sia cambiato molto. Anche sul reale impatto di un’economia circolare pienamente realizzata le cifre si rincorrono. «Sarebbero 199mila, secondo una stima prudenziale, i nuovi posti di lavoro creati in Italia dall’economia circolare, al netto – spiegano oggi dal Forum rifiuti – dei posti persi a causa del superamento del modello produttivo precedente». Le stime però sono molte. Come ricordano sempre da Legambiente, altre valutazioni parlano di 400mila posti in Ue, a cui vanno aggiunti 180mila occupati grazie al pacchetto sull’economia circolare proposto da Bruxelles (stima della Commissione Ue); secondo l’Ong britannica Wrap i nuovi posti di lavoro sarebbero 3 milioni in Ue; secondo la Green alliance – aggiungiamo noi, riportando un dato rilanciato anche dall’Enea – per l’Italia i nuovi occupati saranno fino a 541mila, anziché 199mila. Numeri certamente interessante, ma ancora vaghi.

Lo stesso dicasi per l’uso efficiente delle risorse. Secondo i dati forniti al Forum rifiuti «il 40% dei costi che il settore manifatturiero europeo mediamente sostiene è attribuibile alle materie prime, una quota che con i costi dell’acqua e dell’energia arriva fino al 50% del costo di fabbricazione, rispetto al 20% attribuibile al costo del lavoro». Sempre secondo l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, invece, nel settore manifatturiero «le materie prime incidono fino al 60% del prezzo finale dei prodotti». Anche in questo caso, seppur in misura minore, l’incertezza rimane.

«Ciò che è certo – osservano da Legambiente – è che una economia più attenta all’uso delle risorse genererebbe benefici sostanziali non solo in termini economici ma anche occupazionali e ambientali». Ma perché l’obiettivo venga concretamente raggiunto serve di più. «Serve uno scatto di reni sul fronte della certezza delle regole, sull’efficienza dei controlli pubblici, sulla tracciabilità e trasparenza dei flussi. Ancora oggi – osserva Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente – non è molto chiara la contabilità del ciclo, non è certo dove vanno a finire i rifiuti di alcune filiere e questo è un serio problema per il Paese. È un problema per i cittadini che non hanno contezza sul buon esito dei loro sforzi domestici e lo è altrettanto per il sistema produttivo che vuole investire in nuovi impianti e nuove tecnologie. Anche alla luce della discussione sul pacchetto europeo sull’economia circolare è arrivato il momento di affrontare e risolvere una volta per tutte questa questione».