Ifi attacca l’accordo raggiunto sull’antidumping

Fotovoltaico dalla Cina, l’industria europea si infuria con la Commissione Ue

[5 agosto 2013]

Dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale europea della decisione della Commissione Ue, che accetta un impegno in relazione al procedimento antidumping relativo alle importazioni del fotovoltaico – sia per i moduli che per le relative componenti essenziali – originario o proveniente dalla Repubblica popolare cinese, il Comitato Ifi (associazione che riunisce circa il 90% dei produttori nazionali di celle e moduli fotovoltaici), ribadisce le proprie perplessità e contesta l’operato della stessa Commissione.

«Ciò che più sconcerta l’industria nazionale ed europea di moduli fotovoltaici – ha sottolineato Alessandro Cremonesi, presidente Ifi – è proprio quanto comunicato in premessa nella Decisione e cioè che l’offerta di impegno avanzata dai cinesi è stata esaminata dalla Commissione in un contesto differente rispetto a quello del periodo dell’inchiesta, e quindi legato ad un calo del livello di prezzo e di consumo sul mercato dell’Unione». Il  livello di prezzi minimi offerto dai cinesi, nonché il volume massimo delle esportazioni annuali, è rispettivamente di 57 Eurocents per i moduli del fotovoltaico e 7 GW le quantità.

«Non è accettabile che la Commissione non si sia resa conto che se c’è stato un calo nel livello di prezzi è proprio dovuto al fatto che l’industria europea per non chiudere le proprie fabbriche e mantenere al massimo il livello occupazionale abbia dovuto comprimere i propri margini fino a renderli prossimi allo zero, proprio per cercare di contrastare il dumping cinese e ritagliarsi quote di mercato da sopravvivenza – ha aggiunto Cremonesi – E’ come se la Commissione Ue sia rimasta  del tutto ignara e impermeabile rispetto al fallimento di oltre 65 produttori di celle e moduli fotovoltaici in Europa e in Italia nell’ultimo anno e mezzo, e questo rende ancor più inaccettabile l’atteggiamento della Commissione che, anziché tutelare l’interesse dall’Unione e degli operatori che la rappresentano, ha manifestato tutto il proprio zelo verso chi, la Cina appunto, è stata capace di ribattere alle accuse e alle evidenze di dumping  solamente con lo strumento della minaccia di ritorsioni commerciali».

Secondo molti addetti ai lavori, il caso-fotovoltaico mette in rilievo una debolezza dell’Europa anche sul fronte commerciale. Del resto, sostiene Ifi, il prezzo offerto dai cinesi e accettato dalla Commissione – pari, ricordiamo, a 57 eurocents per watt – è quello che l’industria europea del fotovoltaico sostiene come costo delle materie prime e costi diretti e indiretti per la produzione dei moduli, a cui vanno poi aggiunti i costi fissi, quelli di struttura e il trasporto. In media, tali costi aggiuntivi contano per circa altri 9-10 eurocents per watt sul costo del modulo, portando il costo totale dei moduli fabbricati in Europa e Italia a circa 67 eurocents per watt, senza considerare nessun margine di profitto.

«Evidentemente ci troviamo ancora una volta dinnanzi a un prezzo di dumping nei confronti del quale nessun produttore europeo potrà competere», ha chiosato il presidente di Ifi. In merito poi ai volumi massimi di esportazione, fissati a 7 GW/anno, secondo l’associazione non tengono assolutamente in considerazione della compressione delle stime del mercato europeo, previste per i prossimi anni in forte calo a causa della sopraggiunta eliminazione/riduzione di meccanismi incentivanti per il fotovoltaico, quali quelli venuti meno in Italia, l’abbassamento drastico di quelli tedeschi, l’instabilità di politiche di supporto alle rinnovabili dimostrate da numerosi paesi dell’est europeo (Romania, Bulgaria, Ungheria).

«Per tutte queste ragioni, crediamo che, tanto nella Decisione della Commissione quanto nel  Regolamento esecutivo che ha istituito dazi provvisori a due aliquote, la Commissione abbia violato alcuni dei profili giuridici riguardanti la legislazione dell’Unione europea in materia. Anche per questo, continueremo a lottare e a sostenere EU Pro Sun, che già ha comunicato ufficialmente  il ricorso alla Corte di Lussemburgo, per accertare eventuali responsabilità della Commissione a discapito delle nostre industrie», ha concluso Cremonesi.