Frey (Sant’Anna): per l’economia circolare occorrono politiche industriali, non solo ambientali

«Incentivi al riciclo di materia servono a creare condizioni per mercati, tema strategico per l’Italia»

[22 aprile 2016]

marco frey sant'anna 2

L’economia circolare è stata al centro di un convegno organizzato a Firenze da Anci e Confservizi Cispel Toscana. Tra i relatori anche Marco Freydirettore dell’Istituto di management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, al quale abbiamo posto alcune domande riguardo alle politiche europee sull’uso efficiente delle risorse e su quanto ancora c’è da fare per traguardare l’obiettivo di trasformare il modello economico attuale verso l’economia circolare.

L’economia circolare è un tipo completamente nuovo di modello di produzione e consumo, perché è un’economia in cui le merci di oggi sono le risorse di domani, formando un circolo virtuoso che favorisce la prosperità in un mondo di risorse finite. Già nel 2011 il rapporto Unep “Verso una green economy” la definisce una «economia capace di produrre benessere di migliore qualità e più equamente esteso, migliorando la qualità dell’ambiente e salvaguardando il capitale naturale». Sempre nel 2011 l’Ocse indica la forte necessità di disaccoppiare la crescita dall’uso delle risorse e questa direzione era già stata indicata nelle strategie Ue sui rifiuti e confermata nell’ambito della “strategia faro” 2020 “Verso un uso efficiente delle risorse”, senza però ottenere risultati concreti: infatti il calo della produzione dei rifiuti c’è stato ma più per effetto della crisi economica che non per le politiche attuate negli Stati membri.

Le sembra che le politiche Ue, che adesso sta mettendo a punto un pacchetto di misure per la transizione dal modello economico lineare a quello circolare, siano sufficienti?

«Il pacchetto della Commissione europea per l’economia circolare è di per sé un risultato – e sappiamo che non è stato facile arrivarci – perché nel momento in cui è stato emanato contiene già elementi utili in quanto definisce piuttosto bene le finalità e identifica le azioni che nei prossimi anni la Ue può fare per raggiungere l’obiettivo posto, collegandovi sia il tema dell’innovazione sia quello dei finanziamenti. D’altra parte ha la caratteristica di collegarsi solo a determinate fasi del ciclo e non all’insieme delle politiche industriali, di sviluppo sostenibile, occupazione ecc. Quindi lo ritengo positivo perché è senza dubbio un buon punto di partenza per cambiare paradigma economico, fermo restando di come verrà declinato dalle politiche complessive».

L’economia circolare definisce un sistema industriale progettualmente rigenerativo, sostituisce il concetto di fine vita con quello di ricostruzione, elimina l’uso di sostanze chimiche tossiche che ostacolano il riutilizzo, e mira alla riduzione dei rifiuti attraverso una progettazione innovativa di alto livello di materiali, prodotti, sistemi, e anche dei modelli di business. Non crede che per attuarla sarebbe necessario mettere in atto politiche industriali più che politiche ambientali ?

«Sì, il decoupling è un modo per tradurre in un indirizzo preciso l’obiettivo fondamentale di consumare meno risorse. Gli elementi di cambiamento sono graduali, e segnali iniziali in questa direzione si intravedono. In Italia, ad esempio, vi sono segnali che indicano risultati concreti riguardo alla riduzione dell’intensità di utilizzo delle risorse, così come si vedono ormai in tutte le economie occidentali. Sicuramente per ottenere un buon risultato le politiche di sostegno sono politiche economiche complessivamente intese, non solo quelle che hanno ricadute sull’ambiente ma quelle adeguate a  sostenere un cambiamento strutturale; per usare uno slogan serve fare più con meno».

Sono molte le cause che generano le forze centrifughe che impediscono ai flussi di materia di chiudere il cerchio. Come invertire il senso di queste forze?

«Per superare le forze centrifughe si possono attivare tanti strumenti di policy, ad esempio supportare la progettazione in tutte le catene di fornitura, adottare strumenti di footprint, coinvolgere maggiormente le imprese, che in momenti di crisi  possono trarre una  spinta competitiva dall’uso efficiente delle risorse ed ottenere migliori misure di performance per attrarre finanziatori. Si possono ridurre barriere di mercato, ad esempio attraverso l’uso degli strumenti di Gpp (Green public procurement) che oltre ad indurre un maggior coinvolgimento dei cittadini possono essere utili per fare un salto di qualità anche nel mercato. La leva pubblica assieme alla sensibilità diffusa può essere molto utile per ridurre le barriere di mercato. Come anche la riduzione dell’Iva sui prodotti riciclati e la creazione di messaggi di tipo culturale. Alcune di queste azioni sono già in essere, altre si dovranno implementare nei prossimi mesi e questo passa molto dalle politiche che possono fare gli Stati membri».

In Italia e anche in Toscana vi sono già esempi concreti di imprese che hanno già sposato il modello circolare dell’economia, anche se forse la percezione delle potenzialità è ancora scarsa. Cosa si dovrebbe fare per ampliare queste potenzialità?

«L’Italia, per storia e propensione all’innovazione è ricca di queste esperienze. Adesso abbiamo di fronte uno scenario interessante su cui lanciare nuove iniziative,  nuove imprese o diversificare attività, certo tutto questo dovrebbe essere  adeguatamente sostenuto da appositi incentivi e politiche adeguate».

Come ad esempio incentivi diretti al riuso e al riciclo di materia?

«Gli incentivi diretti al riciclo di materia servono a creare condizioni per mercati che da soli non sono competitivi, e quindi fanno fatica a svilupparsi. Questo dovrebbe essere tema di politica industriale per un paese come l’Italia che dovrebbe considerare questo ambito come strategico per la competitività e l’efficienza per il sistema produttivo. Sicuramente sarebbe necessario orientare gli incentivi in maniera mirata, ponderando bene gli ambiti di azione perché il settore dei rifiuti è delicato e merita di essere gestito bene. Ma la risposta è sì, perché ci sono ambiti in cui si ha il paradosso che non solo non ci sono incentivi ma addirittura sono state più incentivate pratiche a valle del riciclo».

A cura di – Sei Toscana