In Italia la green economy vale già «oltre il 10% del Pil italiano e 3 milioni di addetti»

Galletti: «Fermeremo i migranti solo aiutandoli a costruire uno sviluppo sostenibile in patria»

«L’Europa deve ripartire dall’ambiente, uno dei pochi temi che unisce e non divide l’opinione pubblica»

[4 luglio 2016]

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Durante il seminario “Strategie per il clima ed economie sostenibili in Europa” organizzato a Firenze dall’Istituto Aspen e l’Harvard Kennedy School insieme al dicastero dell’Ambiente, il ministro Gian Luca Galletti ha adottato un approccio di largo respiro affrontando al primo punto tra «gli elementi sfiducia nelle istituzioni europee» le «tragedie dei migranti sia sulla rotta mediterranea che su quella balcanica cui i paesi europei non sanno dare una risposta unitaria, coesa e soprattutto umana».

Che cosa c’entra l’ambiente con la crisi europea – a livello istituzionale come socio-economico – e la disastrosa gestione dei flussi migratori in atto? Galletti esprime con chiarezza che «l’Europa deve ripartire dall’ambiente», perché è questo «un tema, forse uno dei pochi rimasti, che unisce e non divide l’opinione pubblica europea». Secondo il ministro italiano inoltre, nonostante i passi vacillanti e le retromarce innestate in materia negli ultimi mesi ed anni, l’Europa sui temi ambientali «può spendere una leadership e una credibilità riconosciuta a livello globale». Una carta fondamentale da giocare anche all’interno della partita dei migranti.

L’ambiente è anche uno strumento in grado di affrontare positivamente le questioni aperte nel continente. Infatti la green economy è il motore del nuovo sviluppo, dell’unico sviluppo possibile oggi. Lo sviluppo sostenibile, il trasferimento di tecnologie verdi, l’aiuto ai paesi del sud del mondo a costruire e far crescere una propria economia – spiega il ministro dell’Ambiente – sono le risposte che la comunità internazionale, e anche ogni persona di buon senso, individua per arginare i fenomeni migratori. Costruire migliore qualità di vita, possibilità di lavoro e crescita socioe-conomica in patria è l’unico possibile deterrente contro le migrazioni. I migranti ambientali che nei prossimi decenni potrebbero raggiungere secondo alcune stime il numero di 250 milioni sono una bomba sociale e politica che va disinnescata dando ai paesi poveri strumenti e tecnologie per uno sviluppo sostenibile. Non fermeremo i migranti con i muri, con le barriere, perché non esistono barriere più forti della fame e della disperazione. Fermeremo i migranti solo consentendo loro di costruire in patria ciò che cercano in Europa: una vita migliore, pacifica, un futuro per i loro figli. Fermeremo i migranti solo aiutandoli a costruire uno sviluppo sostenibile in patria».

Da questo punto di vista, in linea teorica la proposta di un Migration compact proposto dal governo Renzi a Bruxelles per indirizzare aiuti economici nei paesi a sud del Mediterraneo in cambio di collaborazione nella gestione dei flussi migratori guarda nella giusta direzione. Il diavolo però si nasconde nei dettagli, è non è peregrino ricordare come finora gli aiuti allo sviluppo siano stati miseri e non sempre ben indirizzati. Moltissimo dunque dipenderà quale approccio verrà concretamente adottato in seno all’Unione europea.

«Naturalmente, per ciascun paese, il lavoro più impegnativo è quello da attuare in casa propria», sottolinea inoltre Galletti. L’alto ruolo istituzionale ricoperto dal ministro non può che indurlo a snocciolare i mirabolanti progressi segnati dall’Italia in materia (in allegato è disponibile l’intervento integrale, ndr), ma con più distaccata onestà è impossibile non notare come il governo Renzi si sia finora tutt’altro che distinto per il proprio sostegno alla green economy. Fatte salve alcune positive eccezioni, dai passi indietro sulle energie rinnovabili alla perpetua mancanza di una regia dedicata alla gestione dei flussi di materia, le distanze tra annunci e fatti in materia ambientale si sono semmai moltiplicati.

Le occasioni per cambiare rotta certo non mancano, e la speranza rimane sempre l’ultima a morire. «Stiamo definendo il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici», ha anticipato al proposito il ministro Galletti, e per completarlo entro la fine dell’anno è stato aperto un tavolo con gli entri locali, comuni e regioni. «Mercoledì prossimo, il 6 luglio – ha sottolineato Galletti – si svolgerà al nostro ministero una riunione con tutti i Dicasteri interessati», con un approccio multidisciplinare che riguarda l’ambiente, ma anche «inevitabilmente, il tesoro, le infrastrutture, i beni culturali, le attività produttive e via dicendo. Il piano conterrà gli scenari climatici per l’Italia al 2050 e al 2100, e sulla base di tali scenari e su aree climatiche omogenee indicherà le azioni nazionali per fronteggiare gli effetti del climate change e una stima delle risorse per attuarle». Vedremo i contenuti.

Nel mentre, osserva Galletti, la green economy «secondo gli ultimi dati occupa 3 milioni di addetti e produce oltre il 10% del Pil italiano. Ma questo è solo l’inizio del cambiamento verso un’Italia verde, de-carbonizzata, sostenibile, che non produce rifiuti ma riusa e ricicla le materie, che affronta con un’infrastrutturazione  adeguata le sfide del clima. Questo è solo l’inizio di un futuro che confidiamo migliore per l’Italia e per l’Europa». L’economia verde corre da sola: chissà però dove sarebbe – e noi con lei – se le istituzioni soffiassero il vento in poppa.