Geotermia a emissioni zero, con Geco la Toscana protagonista di un progetto di ricerca Ue

Manfrida (Unifi): «La soluzione, testata con successo in un impianto pilota in Islanda, prevede che i gas siano catturati e dissolti in una corrente di acqua, che viene reiniettata nel serbatoio»

[23 novembre 2018]

È appena partito il progetto di ricerca europeo Geco (acronimo di Geothermal Emission COntrol, ovvero controllo delle emissioni geotermiche), che per quattro anni impegnerà 18 partner – coordinati dall’islandese Reykjavik Energy – provenienti da 9 Paesi europei, compresa l’Italia.

Si tratta di un progetto che punta ad aumentare le conoscenze e le possibilità di sviluppare in modo economicamente sostenibile impianti geotermici  ad emissioni (quasi) zero, con particolare attenzione per quelle di CO2.

Come dettagliano dall’Unione Geotermica Italiana (Ugi), Geco  contribuirà alla produzione sostenibile di energia geotermica in Europa e nel mondo tramite l’applicazione di tecnologie innovative che potranno ridurre significativamente le emissioni aeriformi, laddove presenti, degli impianti geotermici reiniettando il fluido geotermico, inclusi i gas non condensabili, nel sottosuolo o trasformandone alcuni, come la CO2 tramite il processo di carbonatazione mineralogica, in prodotti commerciali. Il progetto, iniziato a ottobre 2018, ha ricevuto un finanziamento di 16 milioni di euro (programma Horizon2020, Grant Agreement number 818169).

Il nostro Paese vanta un importante coinvolgimento nel progetto, sia attraverso imprese come Graziella Green Power e la sua controllata Magma Energy Italia, sia grazie al contributo dell’Istituto di geoscienze e georisorse del Cnr e del dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università degli Studi di Firenze.

Come spiegano dal ministero dell’Istruzione, per quanto riguarda in particolare la gestione della CO2 rilasciata dalle centrali geotermoelettriche, l’approccio proposto dal progetto Geco  è quello di catturare e solubilizzare l’anidride carbonica emesse dalle centrali in acqua e di farla reagire con le rocce circostanti, creando nuova permeabilità e fissando in uno stadio successivo il carbonio in forma di carbonati.

«La soluzione, testata con successo in un impianto pilota in Islanda – argomenta Giampaolo Manfrida coordinatore del team Unifi insieme a Daniele Fiaschi –, prevede che i gas siano catturati e dissolti in una corrente di acqua, che viene reiniettata nel serbatoio. I gas acidi disciolti aiutano a migliorare la permeabilità delle rocce, e promuovono la fissazione definitiva del carbonio sotto forma di minerali. Ciò garantisce il sequestro integrato dell’anidride carbonica e delle emissioni inquinanti, con benefici rilevanti per l’ambiente rispetto alle soluzioni oggi applicate».

Si tratta di un approccio che verrà concretamente esplorato anche in Toscana, la regione che ha dato i natali alle tecnologie geotermiche e che ancora oggi ospita il più antico complesso geotermico attivo al mondo.

Nel programma di Geco sono quattro i siti pilota  in cui saranno sperimentate le tecnologie: un serbatoio basaltico ad alta temperatura in Islanda; un serbatoio vulcanico-clastico ad alta temperatura in Turchia; un serbatoio sedimentario a bassa temperatura in Germania e, appunto, un serbatoio di roccia (gneiss) ad alta temperatura in Italia, a Castelnuovo Val di Cecina (PI) nel cuore delle aree geotermiche toscane.

Per quanto riguarda in particolare il ruolo esercitato dall’Università di Firenze all’interno del progetto Geco, Manfrida (nella foto, ndr) precisa che «il contributo del Dipartimento di Ingegneria industriale, che riceverà un finanziamento di circa 487.000 euro, consiste nella modellazione e progettazione preliminare del treno di ricompressione interrefrigerato da applicarsi al sito di Castelnuovo, nella valutazione delle possibilità di integrazione di processo con il ciclo termodinamico in modo da limitare l’effetto negativo sulle prestazioni dell’impianto di conversione energia. Il dipartimento, inoltre, condurrà nei diversi siti analisi exergo-ambientali basate sui dati Life cycle analysis (Lca), in modo da individuare i componenti dell’impianto con maggiore impatto sulle prestazioni ambientale e proporre soluzioni migliorative».

Una volta concluso, Geco  potrà offrire importanti indicazioni sulle possibili strade da percorrere per rendere sempre più sostenibile la coltivazione della geotermia, con implicazioni dirette anche per il contesto toscano.

Come ha recentemente spiegato Adele Manzella, Primo Ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche, considerato che ad oggi «non esistono tecnologie commerciali che permettano di immettere nel sottosuolo fluidi ad altissimo contenuto di gas quali i fluidi geotermici toscani, azzerando così l’interferenza con l’ambiente, secondo me – afferma la ricercatrice – è innegabile che la migliore soluzione disponibile in commercio è quella utilizzata in Toscana (ovvero quella implementata nelle centrali geotermolettriche gestite da Enel Green Power sul territorio, ndr). Ma questo non significa che non possano esistere altre soluzioni, bensì che occorre individuarle e testarle. Alcuni paesi stanno sperimentando tecnologie innovative, ma nessuna di queste è applicabile ipso facto alla Toscana, perché la situazione geologica e le caratteristiche dei fluidi è diversa. Io credo nell’importanza e urgenza della sperimentazione in questo settore, e infatti partecipo a un progetto europeo (Geco ), che ha come obiettivo esattamente una ricerca su questo tema».