Geotermia, una panoramica sugli impianti (e gli impatti ambientali) in Toscana

Sbrana (Università di Pisa): «È stato compiuto negli ultimi anni nelle aree geotermiche un salto di qualità ambientale molto elevato»

[4 ottobre 2018]

Esattamente 200 anni fa in Toscana, per la prima volta al mondo, le risorse geotermiche naturalmente presenti nel sottosuolo sono state impiegate a fini industriali (all’interno dell’industria boracifera), e toscana è stata anche la prima produzione di elettricità da geotermia (nel 1904); già nel 1906 l’illuminazione pubblica di Larderello venne elettrificata, solo 24 anni dopo quella di New York, e ancora oggi il know how sviluppato pone la nostra regione a livelli d’eccellenza globali nella coltivazione sostenibile della geotermia.

Ad oggi sono 35 le centrali geotermoelettriche (per 36 gruppi produttivi totali) presenti in Toscana, gestite da Enel Green Power e costantemente monitorati nei loro impatti ambientali dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana (Arpat): di quali impianti si tratta? È Alessandro Sbrana, professore ordinario di Geochimica e Vulcanologia all’Università di Pisa, a spiegare proprio sulle pagine Arpat (qui e qui) che ad oggi «sono presenti esclusivamente centrali a flash ottimizzate per i fluidi geotermici ad alta temperatura presenti nei serbatoi di Larderello e Amiata».

«La geotermia – argomenta Sbrana – è una risorsa energetica rinnovabile», e la motivazione risiede nel fatto che «la quantità di energia termica contenuta nei serbatoi geotermici è inesauribile alla scala delle utilizzazioni umane». Questa fonte rinnovabile «è preferibile rispetto alle fonti fossili in quanto è una risorsa locale che non presenta impatti ambientali significativi con le tecnologie che abbiamo a disposizione e contribuisce in maniera significativa alla riduzione della immissione dei gas serra clima alteranti in atmosfera e generalmente all’impatto ambientale che la generazione di energia elettrica comporta». Inoltre la geotermia «in quanto risorsa locale consente di ridurre la dipendenza da combustibili fossili, generando opportunità economiche e benessere ambientale nel luogo di produzione».

In ogni contesto «la tecnologia attuale consente di utilizzare il calore geotermico attraverso il vettore fluido acquoso, acqua o vapore», ovvero fluidi geotermici «costituiti da vapore d’acqua e gas incondensabili», e la scelta della tecnologia di trasformazione dell’energia termica dei fluidi in energia elettrica non è casuale: «È una scelta legata alle caratteristiche della risorsa esistente in loco».

Per quanto riguarda gli impatti delle centrali a flash toscane – nessuna attività umana è infatti a “impatto zero” sull’ambiente –, Sbrana passa in rassegna i principali elementi di preoccupazione: emissioni in atmosfera, subsidenza e microsismicità, consumo di suolo e impatti su acque di falda (soprattutto sull’Amiata).

Per quanto riguarda queste ultime, da una parte gli studi disponibili «escludono contaminazione da fluidi geotermici, e controlli geochimici di Acquedotto del Fiora e Arpat escludono chiaramente contaminazioni da utilizzazioni geotermiche»; dall’altra è possibile rassicurare anche sul dibattuto “consumo” della falda idropotabile da parte della geotermia: «La ricarica della falda superficiale avviene dal vulcano mentre il primo serbatoio geotermico ha la zona di ricarica in Poggio Zoccolino, Castell’Azzara, Cetona. La composizione delle acque della falda freatica delle vulcaniti non mostra interazioni con i fluidi dei serbatoi geotermici del monte Amiata».

Sul fenomeno della subsidenza, questo «è controllato dalla reimmissione dei fluidi nei serbatoi di prelievo», che peraltro «migliora la resa industriale dei campi geotermici, rendendo sostenibile la utilizzazione della risorsa». Anche la microsismicità «è monitorata e controllata in funzione delle operazioni condotte nel sottosuolo nelle aree di produzione/reiniezione di fluidi e anche questo aspetto viene gestito in maniera accurata dagli operatori geotermici», posto che «microsismicità naturale è presente in tutti i campi geotermici». Riguardo infine agli impatti in atmosfera, Sbrana osserva che l’abbattimento delle emissioni grazie agli impianti Amis «è adesso quasi totale per le specie chimiche nocive per uomo e ambiente come i rilievi degli enti di controllo, Arpat, indicano con chiarezza».

L’adozione di tecnologie diverse potrebbe migliorare il profilo degli impatti ambientali? Dipende. Posto che la scelta del tipo di centrali adottabili è di volta in volta legato alle specifiche caratteristiche della risorsa geotermica presente in loco, ad esempio il «ciclo binario consente nei sistemi ad acqua dominante la reimmissione totale dei fluidi a spese di rendimenti di produzione più bassi rispetto al ciclo flash. Dal punto di vista ambientale il vantaggio della reimmissione di fluidi è controbilanciato da una maggiore occupazione di suolo», sottolinea però Sbrana.

In definitiva, se in Toscana riguardo alla coltivazione geotermica le «preoccupazioni che le popolazioni dei territori hanno espresso in questi anni hanno avuto dei fondamenti su alcuni aspetti», oggi «è un dato di fatto che i miglioramenti tecnologici già avvenuti ed attualmente in corso sugli impianti di produzione consentono di guardare con tranquillità agli aspetti di emissione di sostanze nocive in atmosfera che sono state ridotte in maniera molto significativa (pressoché totalmente) e portate ampiamente al disotto delle soglie di tollerabilità. In questo settore – sottolinea Sbrana – negli ultimi anni si è assistito a molta disinformazione, a diffusione di concetti sbagliati, a fake news come oggi vengono definite», ma «ritengo – conclude il professore dell’Università di Pisa – che la tecnologia italiana nella gestione dei fluidi di centrale sia tra le migliori e più efficienti al mondo, ed in Toscana è stato compiuto negli ultimi anni nelle aree geotermiche un salto di qualità ambientale molto elevato».